Brn Mnr 1907-1998
Cosa ha fatto
Dove ha esposto
Cosa ha scritto
Grafo della poetica
Il passato futurista 1927
Mostre ed opere futuriste
Macchina aerea 1930
Macchine inutili 1930-33
Fotogrammi, dal 1933
Tensostrutture 1935
Astrattismo anni '30-'40
Concavo-convesso 1946
Negativi-positivi 1948
Pittura proiettata 1950
Munari '50
Oggetti trovati 1951
Macchine aritmiche 1951
Sculture da viaggio 1958
Xerografie dal 1963
Bibliografia
Documenti
Critica
Rassegna Stampa
Film
Lezioni
Chi siamo e perché
 
 
 
Banner credits
 
Nel banner particolari di: Xeroritratto di Bruno Munari; Munari 1966, fotografie di Ada Ardessi, Biennale di Venezia courtesy ISISUF Milano; Munari 1950, fotografia di Federico Patellani; Munari con Macchina Inutile 1956, fotografia di Aldo Ballo
 
 
Database
 
445 documents
available now!
 
 
Recent Entries
 

B. Munari, La grafica tridimensionale di Max Huber, in Design n. 4, Bergamo 1975

Bollettino del MAC N.1 - Oggetti Trovati

B. Munari, Belle e Brutte, in L'Automobile - marzo 1967

B. Munari, Surrealismo. E’ un film di Grandi Firme, in Le Grandi Firme - giugno 1938

B. Munari, Diagramma, in Orpheus - dicembre 1932

M. Datini jr., Notizie delle arti, in Le Arti luglio -agosto 1970

B. Munari, Dall'individualismo al collettivismo, in Arte Centro Milano, aprile - giugno 1975

Gruppo Q, Munari. Spazio Abitabile, Stampa Alternativa, Roma, 1999

C. L. Ragghianti, in Catalogo della mostra Ricerche visive, strutture e design di Bruno Munari La Strozzina, Palazzo Strozzi, Firenze, 1962

Bruno Munari, Astratto e concreto, in Catalogo della mostra Arte concreta, 9-24 aprile 1983, Palazzo del Ridotto Cesena, Ed. Industria Litografica SILA, Cesena 1983

M. Perazzi, Questo è il mio segreto, non mi arrabbio mai, in La Domenica del Corriere 26 marzo 1983, n.13 anno 1985

A. Segàla, Bruno Munari, in Epoca 28 novembre 1986, Milano, pp. 88-92

A. Linke, Bruno Munari: le regole del genio, in Frigidaire 1987

A. Nosari, Ansia di velocità, in L'Ala d'Italia 1 ottobre, 1938


 
Macchine Inutili



 



Macchina Inutile 1956-68


Le Macchine Inutili costituiscono il lavoro più importante con il quale Munari ha esordito nel panorama futurista milanese degli anni trenta.
Descriveremo nei dettagli queste opere, analizzando le tante caratteristiche progettuali (tutte simultaneamente presenti) che evidenziano un pensiero compositivo complesso e fuori dal comune. Illustreremo con delle immagini inedite la loro ricchezza poetica, dedicando alcune riflessioni alle proprietà formali che elenchiamo:

1. dinamismo di una forma indefinita
2. cinetismo
3. spazialità
4. programmazione
5. casualità
6. astrazione
7. installazione
8. instabilità percettiva
9. creazione di forme naturali




Macchina Inutile 1945-95


Il dinamismo di una forma indefinita.

Bruno Munari nasce a Milano nel 1907 e dopo aver trascorso l’adolescenza nel Polesine con la famiglia ritorna giovanissimo a Milano nel 1926. Entra a far parte del movimento futurista all’età di 19 anni, esponendo fin da subito nelle mostre collettive in Italia e in Europa. Per un quindicennio, dalla fine degli anni ’20 fino ai primi anni ’40, la sua attività compositiva si delinea percorrendo il solco tracciato dalle riflessioni teoriche del movimento futurista, mostrando una interessante autonomia di linguaggio, riconosciuta ed incentivata da Filippo Tommaso Marinetti.
Nel manifesto Ricostruzione Futurista dell’Universo firmato nel 1915 da Balla e Depero, come è ormai condiviso da molti studiosi, troviamo tutto Munari già in nuce[1], anzitutto per l’uso di materiali poveri, ma anche per la capacità di creare forme dinamiche, immateriali, evanescenti. Il tema di una smaterializzazione dell’arte è presente stabilmente in Munari durante tutto l’arco della sua attività creativa: «Ma più che altro io penso che quello da considerare sia il passaggio di una forma, che ha delle dimensioni, attraverso una metamorfosi, come fluida, per diventare un’altra, allora non si ha più una forma definita ma un momento di passaggio da una forma ad un’altra, e questo è soltanto riconoscibile attraverso il movimento».[2]

Il nome di Bruno Munari è fortemente legato a quello delle Macchine Inutili costruite a partire dai primi anni trenta. Per le prime esposizioni, all’interno delle mostre collettive del movimento futurista, l’autore utilizza nomi poetici come Macchine sensibili[3], Volumi d’aria, Respiro di macchina.[4] Quasi contemporaneamente l’artista propone, per la sua particolare idea di un astrattismo fluttuante nello spazio, un nome paradossale, un nome che ha l’indubbio merito di farci riflettere, attraverso la sintesi di un ossimoro, sull’inutilità di ciò che è utile (la macchina) e sull’utilità di ciò che è inutile (l’arte).

Munari crea dunque delle macchine da appendere al soffitto composte da elementi di materiali leggerissimi (ad esempio bacchette di legno di balsa, fogli di cartoncino dipinti su entrambi i lati, vetro soffiato, fili di acciaio elastico) liberi di muoversi nello spazio senza vincoli tra loro. La Macchina Inutile è una composizione che cerca, attraverso la sua trasformazione dinamica, di suscitare nello spettatore la percezione di una forma instabile.




un esempio di forma continua generata dal movimento degli elementi della macchina


Le fotografie che abbiamo scelto tendono ad esaltare la caratteristica del movimento e del dinamismo che ne deriva. Ogni singolo elemento della macchina è in grado di generare volumi virtuali e la fotografia rende l’idea di una scultura che si sviluppa nello spazio, una scultura che ha tanti debiti, ma certamente il più importante è verso le Forme uniche della continuità dello spazio di Umberto Boccioni.
Ricordiamo infine le Macchine Inutili attraverso la descrizione fornita da Dino Buzzati nel 1948: «Fatto è che questi bastoncini, come animati da un incantesimo, si mettono a vivere da soli, lentamente ruotano, vibrano, si inclinano, si schiudono a raggiera come code di pavone, tremolano come foglie. Basta che uno si schiarisca la voce nell’angolo opposto della stanza, basta il calore di una lampadina accesa, basta il quasi impercettibile filo d’aria penetrato da un interstizio della finestra e loro si mettono in agitazione. In pratica, siccome la quiete assoluta dell’atmosfera non si realizza mai neanche nei locali chiusi, essi sono in perpetuo movimento».[5]




un altro esempio di forma continua


Il Cinetismo.

L’evoluzione del pensiero estetico di Bruno Munari, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, parte dalle teorizzazioni, spesso incompiute, del futurismo, per sperimentare nel concreto la costruzione e la fruizione di immagini al di fuori del solco tradizionale della pittura o della scultura statica.

Abbiamo scelto alcune immagini che tendono ad illustrare il movimento libero degli elementi della macchina. Le Macchine Inutili rispondono al principio in base al quale la pittura va liberata nello spazio e trasportata nella dimensione temporale, per questo motivo esse sono state collocate da Frank Popper, assieme alle opere di Man Ray, Rodchenko e Calder, all’origine dell’arte cinetica.[6]

La poetica di Munari non è però basata esclusivamente sulla pittura, mette in gioco anche il coinvolgimento emotivo dello spettatore con effetti di sorpresa. Sperimenta la costruzione di ambienti spettacolari, grazie all’induzione nel fruitore di sorpresa e meraviglia. Gli elementi mobili delle Macchine Inutili sono forme aeree in cartoncino, alluminio, legno, plastica o altri materiali leggeri. Ciascuno di essi, senza vincoli con gli altri elementi della macchina, partecipa con il proprio movimento rotatorio, indipendente per direzione e velocità, alla composizione finale che può essere vissuta come una pittura cinetica sempre mutevole.




macchina inutile 1945-1995 particolare


Le Macchine Inutili hanno anche il compito di creare un ambiente, un riparo per lo spirito, affaticato da tante macchine che riempiono in modo utilissimo la vita moderna; un riparo in cui trovare conforto attraverso la poesia del farsi e del disfarsi dei disegni creati attraverso gli elementi in movimento della macchina.
Concludiamo questa scheda riportando un breve estratto della prima recensione delle Macchine Inutili apparsa sulla stampa nel 1934 a cura del critico Luigi Pralavorio. Lo scritto descrive in modo completo ed in poche righe tutto lo sforzo creativo di Munari. «Naturalmente il pubblico ha chiesto il perché di questa invenzione. E Munari ha spiegato com’egli sia arrivato alle macchine inutili, dalla disillusione della pittura. La pittura, per quanti sforzi di liberazione dalle vecchie forme e dalle abusate ispirazioni l’artista faccia, resta pur sempre arte già compiuta, e, ai fini delle espressioni assolutamente nuove, arte inquinata di passato e di gloria. Per esprimere originalmente il nuovo occorre una forma d’arte del tutto nuova. S’è scoperto già il cinematografo che soppianta meravigliosamente ogni altra forma di spettacolo: dovremo trovare altre forme d’espressione artistica per sostituire la pittura e la scultura. Le macchine inutili ne sono un tentativo».[7]






Macchina Inutile 1956-1968
prodotta in serie, alluminio serigrafato, diversi momenti


L’astrazione

La caratteristica formale più facilmente «leggibile» di una Macchina Inutile è quella della sua struttura geometrica astratta. Gli elementi sono tra loro in rapporto armonico, hanno delle forme elementari come il quadrato, il rettangolo, il cerchio (talvolta la sfera), sono dipinti a tinte piatte, cioè senza alcuna caratteristica espressiva. Queste realizzazioni si inseriscono a pieno diritto nel solco della pittura concreta, costruita attorno a forme e cromatismi che nulla hanno a che fare con la natura e il mondo esterno, sono esse stesse la concretizzazione di un’idea estetica (da questo concetto deriva l’origine del nome «arte concreta») e non una rappresentazione di qualcosa che esiste nel mondo esterno. Munari spiega in questo modo il suo obiettivo: «Personalmente pensavo che, invece di dipingere dei quadrati e dei triangoli o altre forme geometriche dentro l’atmosfera, ancora verista (si pensi a Kandinskij) di un quadro, sarebbe stato forse interessante liberare le forme astratte dalla staticità del dipinto e sospenderle in aria, collegate tra loro in modo che vivessero con noi nel nostro ambiente, sensibili alla atmosfera vera della realtà».[8]




dentro la macchina


La composizione finale può essere intesa come una pittura astratta fluttuante nello spazio. Nei fotogrammi riprodotti gli elementi della macchina hanno forme geometriche elementari con poche note di pittura. La presenza del colore nella composizione è ridotta al minimo, all’essenziale.




La programmazione

In questa sezione concentriamo la nostra attenzione sulle caratteristiche progettuali, di produzione seriale e di programmazione calcolata delle forme che si ottengono dal movimento degli elementi della macchina.
Durante gli anni cinquanta Munari inizia ad affrontare il problema teorico di produrre oggetti a sola funzione estetica, ovvero opere d’arte prodotte in modo seriale adottando le tecniche della produzione industriale. Allo stesso tempo la sua attenzione si rivolge, seguendo una linea di pensiero razionale che dalle forme dell’astrattismo concreto evolve verso un’arte programmata, ad uno sviluppo quasi algoritmico delle forme, in cui il risultato estetico è il frutto di un metodo progettuale basato su regole costruttive.
Per il Natale del 1956 Munari realizza una Macchina Inutile in una piccola serie di 20 esemplari utilizzando un foglio rettangolare di alluminio anodizzato scomponibile in 40 moduli quadrati.[9] Il foglio viene tagliato in sei elementi di lunghezza variabile dando origine a tutte le componenti della macchina. Sulla composizione vengono serigrafati, in punti prestabiliti e in modo difforme sulle due facciate del foglio, undici piccoli quadrati di colore.




tracciato armonico dei 6 elementi che compongono la Macchina Inutile (1956)
da realizzare su foglio di alluminio anodizzato

pubblicato in Bruno Munari, Il quadrato, Scheiwiller, Milano, 1960


La semplicità con la quale la macchina viene fabbricata consente di ridurre i costi di produzione. Munari decide di realizzarla senza partire da un esemplare originale, ovvero da un prototipo dal quale derivare un numero prestabilito di copie.
La produzione seriale nasce direttamente da un processo costruttivo e di fatto rappresenta la prima «opera moltiplicata» dell’artista. La sua realizzazione precede di poco le prime produzioni seriali delle Sculture da viaggio (1958) e la partecipazione, nel dicembre del 1959, al progetto delle Edizioni M.A.T. (Multiplication d’Art Tranformable) di Daniel Spoerri, un progetto con il quale l’artista romeno presenta a Parigi opere cinetiche serializzate di Albers, Duchamp, Malina, Munari, Soto, Tinguely, Vasarely ed altri.




Studio dei movimenti di una Macchina Inutile
pubblicato sul Bollettino n.5 Movimento Arte Concreta, Milano, 1952


Spoerri evidenzia quanto sia importante che i multipli abbiano delle caratteristiche cinetiche, di movimento: «Anche se i proprietari di un’opera cinetica prodotta in un’edizione di cento copie hanno pezzi che rispondono alle stesse qualità specifiche, in realtà posseggono un’opera unica perché, in se stessa, cambia continuamente».[10]
L’opera, dunque, riassume in sé diverse caratteristiche: nasce da un progetto, si ottiene semplicemente ritagliando un foglio di alluminio serigrafato, è una realizzazione cinetica in cui la forma nello spazio non è definita a priori.






momenti della rotazione degli elementi della Macchina Inutile


Ma la sua vera essenza si dimostra in pieno e in tutta la sua spettacolarità quando viene installata. Adeguatamente illuminata è in grado di definire uno spazio cinematografico di intensa fruizione, capace di suscitare emozioni grazie all’equilibrato dosaggio di caratteristiche compositive come la leggerezza, la libertà di movimento degli elementi, la riflessione luminosa, la creazione di immagini rarefatte, l’assoluta irripetibilità delle forme.


La casualità

Munari negli anni trenta e quaranta realizza diverse Macchine Inutili con materiali poveri, organici e leggeri, talvolta inusuali: cartoncino, legno, un guscio di zucca, rotelle, fili di cotone, vetro soffiato, una piuma. Successivamente utilizza materiali di natura tipicamente industriale: alluminio, plastica, fili di acciaio, metallo. Il concetto di leva e di macchina elementare viene impiegato per fornire un equilibrio programmato ad una composizione astratta che per paradosso si muove invece casualmente, sollecitata anche dalla più debole corrente d’aria.






il caso, l’imprevisto, la macchina si muove sollecitata anche dalla più debole corrente d’aria


Munari intuisce che un cinetismo troppo meccanico, troppo ritmico, non spezzato dall’azione del caso finisce per tramutarsi in un vacuo decorativismo. Per questo egli si preoccupa di sfruttare la casualità che, analogamente a quanto avviene in natura, viene utilizzata per demolire un rigore talvolta troppo razionale. Lo storico Enrico Crispolti [11] ci ricorda una importante dichiarazione di Munari: «voglio andare a vedere che cosa c’è oltre l’arte astratta, non credete che queste esperienze si superino tornando indietro».
Munari sintetizza in uno slogan (la regola e il caso) la formula necessaria ad allontanare l’arte astratta concreta da una freddo rigore algoritmico che induce molti artisti, anche molti dei compagni di viaggio del M.A.C. (Movimento Arte Concreta), a ripetersi inutilmente.




L’arte e la fantasia, la progettazione e l’imprevisto, sono due opposti fondanti che spingono molti artisti negli anni ’60, ad indirizzarsi verso la creazione di oggetti di arte cinetica in cui il caso è una variabile fondamentale del progetto. L’idea in realtà è semplice, nasce dalla comprensione teorica che solo dall’equilibrio tra l’evento casuale (o, in altri contesti intellettuali, dallo stimolo della fantasia o della serendipità) e la programmazione (la razionalità del pensiero) si può ottenere il massimo di espressività, attraverso un dinamismo di forze opposte che è forse la costante di maggior rilievo in tutta l’opera dell’autore, fin dai tempi della sua militanza, evidentemente poco ortodossa, all’interno del movimento futurista.
Le Macchine Inutili sono la testimonianza di un lungo processo intellettuale teso al raggiungimento di una sintesi teorica tra la necessità di darsi delle regole generative e, dall’altra, l’esigenza contrastante di rompere la regola, per esempio utilizzando le correnti d’aria, l’umidità o il calore, la forza elastica, l’attrito.




Lo spazialismo

Abbiamo evidenziato nelle riflessioni precedenti come la ricerca di immagini in trasformazione dinamica, attraverso il movimento, sia una costante presente in molte sperimentazioni visive di Munari. Allo stesso tempo l’autore sviluppa, fin dagli inizi, costruzioni pittoriche nel campo ambientale. [12] Avviene in primis negli anni trenta con le Macchine Inutili, poi negli anni quaranta con la serie di opere denominate Concavo-Convesso, e successivamente, nei primi anni cinquanta, con le Proiezioni dirette e con le Proiezioni polarizzate.




lo spazio diventa variabile estetica, espressiva e compositiva


Il parametro spazio entra in gioco come una variabile estetica, espressiva e compositiva. Lo spettatore viene assorbito all’interno di un ambiente multidimensionale in cui il risultato estetico è in funzione di variabili spaziali, temporali, illuminotecniche, aeree, termiche. Basta una debole corrente d’aria, il calore di una lampada, la presenza di uno spettatore, la variazione di colore di una fonte luminosa per perturbare l’ambiente, generando forme spettacolari in continua variazione.
Nei fotogrammi proposti lo sguardo sulla composizione è portato dal fotografo il più possibile vicino all’evoluzione degli elementi della macchina, fornendo al lettore quella sensazione spaziale che prova chi si trova nell’ambiente di installazione di una Macchina Inutile, all’interno del suo raggio d’azione.




le ombre cambiano in funzione della illuminazione ed hanno nitidezza, forma e colore variabili


L’installazione

Il critico Gillo Dorfles, tra i fondatori dell’eterogeneo gruppo del Movimento Arte Concreta, ha definito Munari un creatore di oggetti, di eventi e di ambienti [13]. Nelle installazioni, cioè nella collocazione spaziale di una Macchina Inutile, anche l’ombra, la parte meno visibile e più evanescente di ogni singolo elemento della macchina, è per Munari importante, perché guida lo spettatore verso un mondo di immagini astratte riverberate dall’ambiente ospitante.
Forse il modo più corretto per «contemplare» una Macchina Inutile è simile a quello di chi ascolta attentamente un suono all’interno di un ambiente. Il suono infatti arriva dalla fonte emittente in modo diretto, ma anche in modo indiretto, ovvero riflesso, riverberato, parzialmente filtrato e assorbito, in base alle caratteristiche strutturali (di materiale) e geometriche dell’ambiente in cui viene prodotto.
In modo del tutto simile le Macchine Inutili, immerse in uno spazio neutro, illuminate da luci la cui intensità, direzione e colore sono variabili, generano sia immagini astratte dirette, attraverso l’osservazione degli elementi mobili della macchina, sia immagini derivate, create dalle ombre o dalle rifrazioni di queste ultime tra di loro. Le ombre cambiano in funzione della illuminazione ed hanno di conseguenza nitidezza, forma e colore variabili.
L’installazione di una Macchina Inutile definisce un ambiente. All’interno di questo perimetro lo spettatore entra in contatto con le geometrie astratte della macchina e con le rifrazioni delle forme modificate dall’ambiente. I fotogrammi che abbiamo selezionato mostrano proprio questo dialogo che, quando ben orchestrato, risulta proficuo ed esteticamente interessante.




Ambiguità percettiva

Abbiamo discusso ampiamente delle caratteristiche aeree, aleatorie e di leggerezza delle Macchine inutili. Abbiamo insistito sugli aspetti di installazione e spettacolarità grazie all’uso di luci e la generazione di ombre. Abbiamo evidenziato lo sviluppo continuo nello spazio di una forma e la mutevolezza nel tempo di una struttura che non è più scultura e nemmeno pittura. Abbiamo sottolineato le caratteristiche cinetiche, il rapporto armonico di forme e misure dovuto alla programmazione, gli aspetti di produzione seriali con finalità estetiche. Abbiamo dato rilievo al movimento reale degli elementi della macchina mossi dalle minime variazioni ambientali, come le correnti d’aria. Non abbiamo invece dato la necessaria importanza al movimento virtuale, come fatto puramente percettivo, che si manifesta nel momento stesso in cui è lo spettatore a spostarsi.
Le Macchine Inutili, infatti, possiedono una duplice caratteristica di movimento: reale, degli elementi colorati della composizione «pittorica», e apparente, poiché la forma si modifica in funzione del moto dello spettatore. Munari stesso ci ricorda questo aspetto progettuale ed estetico: «ritagliai queste forme […] e le dipinsi dall’altra faccia (quella che nei quadri non si vede mai) in modo diverso così che ruotando nell’aria presentassero combinazione varie».[14]




immagini astratte dirette e immagini derivate, create dalle ombre e dalle rifrazioni


Gli elementi sono dipinti da entrambi i lati, sono dotati quindi di un «lato-b» altrettanto importante e pittoricamente equivalente al «lato-a», in modo da rendere percettivamente instabile il tradizionale dualismo tra figura e fondo. Nella fotografia si può osservare che i motivi cromatici non si ripetono uguali su entrambi i lati di ciascun elemento, concorrendo alla variazione ed alla instabilità percettiva dell’insieme della composizione. Tutte queste condizioni contribuiscono alla realizzazione di un’idea di movimento apparente, determinato dalla relazione tra il mobile e l’occhio dello spettatore.




allo specchio
«ritagliai queste forme e le dipinsi dall’altra faccia (quella che nei quadri non si vede mai»


Forme naturali

Nel 1937 Munari pubblica sulla rivista «La Lettura», inserto illustrato del Corriere della Sera, l’articolo Che cosa sono le macchine inutili e perché.[15] In questo scritto divulgativo l’artista fornisce una spiegazione dettagliata e particolare delle sue opere: la singolarità della descrizione sta nel fatto che egli accomuna le sue realizzazioni, storicamente collocate all’origine dell’arte cinetica, ai fenomeni naturali.
Munari rappresenta in questo modo le sue creazioni: «Oggetti da guardare come si guarda un complesso mobile di nubi». E poi osserva che le «Macchine Inutili trovano il loro motore nei fenomeni naturali, come spostamenti d’aria, sbalzi di temperatura, umidità, luce e ombra, ecc., assumendo l’aspetto di vita propria paragonabile al movimento delle erbe di un campo, al mutare delle nuvole, al rotolare di un sasso in un ruscello».
Ecco che una possibile ed alternativa interpretazione di queste opere ci spinge a ritrovare in esse una certa naturalità che, nel caso specifico, vuol dire osservazione delle leggi della natura e dei processi di sviluppo di forme dinamiche. Munari utilizza le lezioni apprese dall’osservazione dei fenomeni naturali e cerca di traslarle nel contesto della comunicazione visiva artistica.




«le Macchine Inutili trovano il loro motore nei fenomeni naturali, come spostamenti d’aria, sbalzi di temperatura, umidità, luce e ombra»


Verso la fine della anni settanta ritornerà a riproporre il parallelo tra certi fenomeni osservabili in natura e i suoi mobile, accomunando la nascita delle Macchine Inutili ad alcuni giochi infantili come quelli realizzati con la dispersione di pezzi di carta dall’alto di una soffitta.[16]
L’osservazione dei movimenti prodotti da varie forme di carta nell’atto della loro svolazzante caduta determina la visualizzazione del comportamento delle correnti d’aria, una azione che sarà formalizzata nella performance realizzata a Como nel 1969 con il titolo Far vedere l’aria nell’ambito della manifestazione collettiva «Campo Urbano. Interventi estetici nella dimensione collettiva urbana».[17]
Il tema della grande macchina affascina molto Munari, la cui formazione futurista finisce per avere sempre un peso notevole. Essa è la protagonista di un racconto all’interno del libro di riflessioni sull’uso della fotografia, pubblicato nel 1944 con il titolo Fotocronache. Dall’isola dei tartufi al qui pro quo.[18]




«nell’immensità del suo infinito futurista, nella realtà del suo astratto, Munari costruisce ed inventa per il maggior benessere dello spirito»
Carlo Manzoni, 1934


«Tutta verniciata uso ruggine, con spruzzi di acqua da tutte le parti e sassate. Che macchina ragazzi! Quella che ho visitato in questi giorni (io vado spesso a visitare le draghe), è un vero monumento galleggiante». In realtà per l’artista l’idea di Macchina Inutile nasce dall’osservazione di fenomeni naturali, come i giochi d’acqua generati dai vecchi mulini con le grandi ruote a pala sulle rive del fiume Adige, un fiume che attraversa le zone pianeggianti a sud-ovest della laguna di Venezia dove Munari trascorre l’infanzia, o anche dall’osservazione dell’aria come mezzo e come forza fisica da sfruttare assieme al concetto di leva o di forza elastica. Le correnti d’aria, l’umidità, la luce sono dunque elementi naturali che contribuiscono al comportamento della Macchina.



Note:

[1] Aldo Tanchis, Bruno Munari, Idea Books Edizioni, Milano, 1986, p. 11.

[2] Dialogo con Bruno Munari di Miroslava Hàjek, in Miroslava Hàjek (a cura di), Bruno Munari Instalace, Catalogo della mostra personale al Museo d’Arte Moderna Galleria Klatovy, Klenova (Repubblica Ceca), 1997.

[3] Danilo Presotto (a cura di), Quaderni di Tullio d’Albisola, n. 2 (1928-1939), Editrice Liguria, Savona, 1981, p.141.

[4] Enrico Crispolti (a cura di), Nuovi Archivi del Futurismo. Cataloghi di esposizioni, De Luca-CNR, Roma, 20120, pp. 575-577

[5] Dino Buzzati, Le Macchine Inutili di Munari, in Pesci Rossi, mensile di attualità letteraria, n. 10-11, ottobre-novembre 1948, anno XVII, pp. 14, 15.

[6] Frank Popper, L’arte cinetica, Einaudi, Torino, 1970, p. 334

[7] Luigi Pralavorio, Delle Macchine Inutili e di altro, in Cronaca Prealpina, 28 maggio 1934

[8] Bruno Munari, Arte come mestiere, Laterza, Bari, 1966

[9] Rassegna Domus Per Natale, in Domus n.325 December 1956

[10] Guido Ballo, La mano e la macchina – dalla serialità artigianale ai multipli, Jabik & Colophon: Sperling & Kupfer, Milan, 1976.

[11] Enrico Crispolti, Il caso Munari, in NAC Notiziario Arte Contemporanea, n. 25, Milano, 1969

[12] Luciano Caramel (a cura di), M.A.C. Movimento Arte Concreta, Electa, Milano, 1984, p. 14

[13] Gillo Dorfles, Una estrema celebrazione per l’arte cinetica, in Gillo Dorfles, Inviato alla Biennale, Scheiwiller, Milano, 2010

[14] Bruno Munari, Arte come mestiere, Laterza, Bari, 1966

[15] Bruno Munari, Che cosa sono le macchine inutili e perché, La Lettura, n. 7 luglio 1937, in M. Hajek, L. Zaffarano (a cura di),Bruno Munari. My Futurist Past, Silvana Editoriale, Milano, 2012

[16] Alfredo Barberis, Intervista a Bruno Munari, in Alfredo Barberis, Le voci che contano, Edizioni Il Formichiere, Milano, 1978

[17] Luciano Caramel (a cura di), Campo Urbano. Interventi Estetici nella dimensione collettiva urbana, Editrice Nani, Como, 1969. Progetto grafico di Bruno Munari, fotografie di Ugo Mulas.

[18] Bruno Munari, Vi piace la draga?, in Bruno Munari, Fotocronache. Dall’isola dei tartufi al qui pro quo, Domus Editore, Milano, 1944


Tutte le fotografie di questa scheda sono state realizzate su progetto da Pierangelo Parimbelli

Questo scheda è stata pubblicata in cinque puntate sulla piattaforma Arshake





   
 
Useless Machines



 



Useless Machine 1956-68


The Useless Machines are the most important work with which Munari made his debut on Milan’s Futurist scene of the thirties.
We will describe these works in detail, analyzing the many characteristics of their design (all present at the same time) which accentuate a composite thought of extraordinary complexity. We will use exclusive images – available to the public for the first time – to illustrate the poetic wealth of these works and analyze the formal properties listed below:

1. Dynamism of an indefinite form
2. Kinetism
3. Spatiality
4. Programming
5. Chance
6. Abstraction
7. Installation
8. Perceptive instability
9. Creation of natural forms




Useless Machine 1945-95


The dynamism of indefinite form

Bruno Munari was born in Milan in 1907 but spent his childhood and teenage years with his family in Badia Polesine in Italy’s Veneto region. He returned to Milan in 1926 and started to follow the Futurist movement at the age of 19, displaying his work immediately in group expositions in Italy and Europe. For fifteen years, from the late 1920s to the early 1940s, his composite activity was delineated along the path traced by the theoretical reflections of the Futurist movement. He showed an interesting autonomy of expression which was acknowledged and encouraged by Filippo Tommaso Marinetti. As many scholars agree, The Ricostruzione Futurista dell’Universo (Futuristic Reconstruction of the Universe) manifesto penned in 1915 by Balla and Depero reveals a Munari already in nuce (in bud)[1], first and foremost for his ability to create dynamic forms that are immaterial and evanescent. The theme of the dematerialization of art is a constant in Munari’s art throughout his career: «More than anything else, I believe that what needs to be taken most into consideration is the passage of a form, which has its dimensions, through a metamorphosis, as a fluid, to become another form. That way, there is no longer a definite form but a moment of passage from one form to the next and this can only be recognized through motion».[2]

The name Bruno Munari is strongly linked to the Useless Machines he began building in the early 1930s. They were first featured in collective exhibitions of the Futurist movement and the artist used such poetic titles as Sensitive Machines[3], Volumes of air or Breath of machine.[4] Practically at the same time, the artist proposed a paradoxical name for his particular idea of abstract art floating through space. A name that has the undeniable merit of making us pause and reflect through the syntheses of an oxymoron: on the uselessness of that which is useful (the machine) and usefulness of that which is useless (art).

So, Munari created machines to hang from the ceiling made up of elements of extremely light material (such as sticks of balsa wood, cardboard leaves painted on both sides, blown glass, spring steel wires) that move freely through space without any constraints amongst themselves. The Useless Machine is a composition with a dynamic transformation that tries to leave the spectator with the perception of an unstable form.




an example of continuous shape generated by the movements of the elements of the machine


The photographs we have chosen tend to accentuate the characteristic of motion and the resulting dynamism. Every single element in the machine is able to generate virtual volumes and photography gives the impression of a sculpture that develops in space, a sculpture with many debts. There is no doubt that its biggest debt is to Umberto Boccioni’s Unique forms of the continuity of space.
Lastly, we would like to remember Useless Machines with the words Dino Buzzati used to describe them in 1948: «The fact is that these sticks have their own lives, as if they were animated by some kind of spell. They rotate slowly; they vibrate, bend and open up much like the way a peacock spreads its wings, shaking like leaves. All it takes is for someone on the other side of the room to clear their throat or the heat of a lamp or even an imperceptible breath of air that sneaks in through the window and the sticks start to tremble. In other words, since no environment can ever be absolutely still – not even behind closed doors – these sticks are in perpetual motion».[5]




another example of continuous shape


Kinetic Art

The evolution of Bruno Munari’s aesthetic thought, as we have already pointed out, begins with the often incomplete theorizations of Futurism in order to concretely experience the construction and fruition of images beyond the boundaries of traditional painting or static sculpture.
We have chosen several images that illustrate the free movement of the elements of the machine. Macchine Inutili (Useless Machines) responds to the principle based upon the concept that painting should be freed into space and transported into a temporal dimension. It is for this reason that Frank Popper has placed them at the origin of Kinetic art alongside the works of Man Ray, Rodchenko and Calder.[6]

Munari’s poetics are not based exclusively upon painting, however. He also invests in the emotional involvement of the spectator with effects of surprise. He experiments with the construction of spectacular environments thanks to the spectator’s inductive reasoning of surprise and wonder.
The mobile elements of the Macchine Inutili (Useless Machines) are aerial forms in cardboard, aluminium, plastic or other lightweight materials. Each of these, without any constraints amongst themselves, participates independently (in both speed and direction of their own rotational motion) in the final composition that can be interpreted as a constantly changing kinetic painting.




Useless Machine 1945-1995 detail


Macchine Inutili (Useless Machines) also serves the purpose of creating an environment, a shelter for the spirit which has been exhausted by the many machines that fill our modern-day lives in useful ways; a shelter in which we can find solace through the poetry of doing and undoing the creative designs by way of the machine’s elements in motion.
We would like to conclude this profile with a brief highlight from the first review of Macchine Inutili (Useless Machines) by critic Luigi Pralavorio published in 1934. His words fully describe all of Munari’s creative efforts in a few short lines. «Naturally, the audience asked about the reason for this invention. And Munari explained how he arrived at his ‘useless machines’ following his disillusionment with painting. Painting, notwithstanding many efforts to be free of old forms and the abused inspirations that the artist may make, it remains completed art and (for the purpose of an absolutely new artistic expression) an art polluted by the past and by glory. In order to express something new with originality, one needs a completely new art form. We have already discovered that cinematograph has replaced any other form of performing arts in a marvellous way: we need to find other forms of artistic expression to replace painting and sculpture. The useless machines are an attempt to do so».[7]






Useless Machine 1956-1968
produced in series, aluminium silk-screen printing, different moments


Abstraction

The most easily «read» formal feature of a Useless Machine is that of its abstract geometric structure. The elements are all harmonically related and have basic shapes like squares, rectangles and circles (and an occasional sphere) that are painted with flat colours, i.e. colours with no expressive characteristics. These creations take their rightful place in the territory of concrete painting, built around forms and colours which have nothing to do with nature and the outer world. These are the concretization of an aesthetic idea (the origin of the name «concrete art» is derived from this concept) and not a representation of something that exists in the outer world. Munari explains his goal with these words: «Now I myself thought that instead of painting squares, triangles and other geometric forms within the atmosphere of an oblong picture (for this – look at Kandinsky – was still essentially realistic) it would perhaps be interesting to free these forms from the static nature of a picture and to hang them up in the air, attached to each other in such a way as to live with us in our own surroundings, sensitive to the atmosphere of real life».[8]




inside the machine


The final composition could be interpreted as an abstract painting floating in space. The elements of the machine in these reproduced frames have basic geometric shapes with very little paint. Colour in the composition is reduced to the bare essentials.




The Programming

In this section, attention will be focused upon programming features, production in series and the calculated programming of shapes obtained from the motion of the machine’s elements.
During the 1950s Munari began to work on the theoretical aspects of creating objects with an aesthetic function – works of art produced in series by adopting the technique of industrial production. At the same time, his attention was focused upon a rational line of thought that evolved from forms of concrete abstract art towards programmed art and a quasi algorithmic development of shapes whose aesthetic result was the outcome of a programmed method based upon constructive rules.
Munari created a Useless Machine for Christmas of 1956 in a series of 20 samples, using a rectangular anodized aluminium sheet that could be partitioned into 20 squared modules.[9] The sheet was cut into six elements of different lengths, becoming the origin of each of the machine’s components. Eleven small coloured squares were then screen printed in preset, different areas on both sides of the sheet.




Armonic lay-out of the six elements that compose the Useless Machine (1956)
to be realized on an aluminium sheet anodyzed

published in Bruno Munari, Il quadrato, Scheiwiller, Milan, 1960


The simplicity with which the machine is fabricated makes it possible to reduce production costs. Munari then decided to realize it without starting from an original sample, i.e. from a prototype from which a preset number of copies would be derived.
Serial production began directly from a constructive process and was the artist’s first «multiples». Its creation shortly preceded the first serial productions of Sculture da viaggio (Travel Sculptures 1958) and participation in a project by Daniel Spoerri in the December 1959 edition of M.A.T. (Multiplication d’Art Transformable). In this particular project the Romanian artist presented serialized kinetic artworks by Albers, Duchamp, Malina, Munari, Soto, Tinguely, Vasarely and others.




Study of the movements of a Useless Machine
published in l Bulletin n.5, Movimento Arte Concreta, Milan, 1952


Spoerri placed emphasis upon how important it is for multiples to have kinetic traits, motion: «Even if the owners of a kinetic work of art produced in a 100-piece edition have pieces that correspond with the same specific qualities, they actually own an original piece of art which is one of its kind because it changes constantly».[10]
Therefore, the work takes on several characteristics: it is the result of a project and is obtained simply by cutting a sheet of screen printed aluminium yet it is kinetic art whose form in space is not defined a priori.






moments of the rotation of the elements of the Useless Machine


But its true essence is fully revealed in all its magnificence when it is installed. When properly lit, the machine is capable of defining a cinematographic space of intense gratification and is able to arouse emotions thanks to the balanced measurement of the composite characteristics of weightlessness, the freedom of motion of the elements, a luminous reflection, the creation of subtle images and the absolute uniqueness of its shapes.


Chance

Munari created several Useless Machines in the 1930s and 1940s out of simple, occasionally unusual, lightweight, organic material such as cardboard, wood, squash rinds, rollers, cotton threads, blown glass or a feather. It was not until later that he began to use typically industrial material such as aluminium, plastic, steel wires and metal. The concept of levers and elementary machinery was used to provide a balance so to be functional to an abstract composition which paradoxically moves by chance, triggered by the slightest breeze.






the chance, the umpredictable, the machine moves solicitated by the slightest breeze


Munari foresees that a too mechanical and rhythmic kinetic, unbroken by chance, ends up becoming a vacuous decoration.
This is why he was concerned about taking full advantage of chance which, similar to what happens in nature, is used to demolish a strictness that is overly rational at times. Historian Enrico Crispolti[11] reminds us of one of Munari’s important statements: «I want to go see what lies beyond abstract art; don’t think that these experiences can be surpassed by going backwards».
Munari summarized the necessary formula to distance concrete abstract art from the cold algorithmic strictness that led many artists, including his travel companions from the Concrete Art Movement, to repeating themselves uselessly: a slogan (the rule and chance).




Art and imagination – planning and the unexpected are two fundamental opposites that drove many artists in the 1960s to direct their work towards the creation of kinetic artworks in which chance was a fundamental variable of the project itself. Actually, the idea is simple. It results from the theoretic understanding that the only way to obtain maximum expressiveness is through the balance between chance happening (or, in other intellectual contexts, from the stimulus of one’s imagination or serendipity) and programming (the rationality of thought), by way of the dynamism of opposing energy. This is perhaps the most prominent constant in this artist’s production – from the time of his obviously less than orthodox militancy to his role within the futuristic movement.
Useless Machines are the testimony of a lengthy intellectual process aimed at the attainment of a theoretical synthesis between the need to adopt generative rules and the contrasting demand to break the rule by – for instance – using air currents, moisture or heat, elastic power or friction.




Spatiality

The search for images in dynamic transformation through motion was a constant in many of Munari’s visual experimentations has been stressed in our earlier analyses. At the same time, from the very beginning of his career, the artist developed pictorial constructions in the environmental field.[12] It took place mostly in the 1930s with Useless Machines and then during the 1940s with his Concave-Convex series and also in the early 1950s with Direct Projections and Polarised Projections.




the space becomes an aesthetics, expressive and composite variable


The parameter of space comes into play as an aesthetics, expressive and composite variable. The spectator becomes absorbed in a multi-dimensional environment whose aesthetic result exists in function of spatial, temporal, illuminating engineering, aerial and thermal variables. All it takes is a subtle breeze, the heat of a lamp, the presence of a spectator or the variation in colour of a luminous source to unsettle the environment, generating spectacular shapes that constantly vary.
The observation of the composition in the presented film frames is brought as close as possible by the photographer to the evolution of the machine’s elements, providing the spectator with the spatial sensation one perceives when near a Useless Machine installation or within its operating range.




the shadows change following the lighting, they have variable neat, form and color


Installation

Critic Gillo Dorfles, one of the founders of the heterogeneous group of artists of the Concrete Art Movement, defined Munari as a creator of objects, events and environments [13]. Shadow, the least visible and most evanescent of the machine’s elements, is an important factor to Munari in the spatial placement of a Useless Machine because it guides the spectator towards a world of abstract images echoed by the environments hosting it.
Perhaps the most appropriate way to «contemplate» a Useless Machine is similar to the way in which one listens closely to a sound within an environment. Sound arrives directly from its source but it can also arrive indirectly: by reflection, echoed, partially filtered and absorbed (muffled) or based upon structural and geometric traits (of the material) of the environment in which it is produced
Much in the same way, Useless Machines – immersed in a neutral space and illuminated by lights whose intensity, direction and colour may vary – can generate either direct abstract images (through the observation of the machine’s mobile elements) or derivative images (created by shadows or their refractions).
Shadows change in function of lighting and, as a consequence, clarity, shape and colour can also vary. The installation of a Useless Machine defines an environment. The spectator comes into contact with the machine’s abstract geometric shapes and the refractions of shapes modified by the environment. The film frames which we have selected illustrate this dialogue are fruitful and aesthetically interesting when well-orchestrated.




Perceptive Ambiguity

We have discussed in detail the aerial characteristics, the lightness as well as the lack of pattern and predictability of the Useless Machines. We have insisted upon the aspects of installation and spectacularity due to the use of light and shadow. We have placed emphasis on the constant development in space of a shape and the modification over time of a structure that is neither sculpture nor painting. We have pointed out the kinetic traits, the harmonious relationships between shapes and measurements resulting from programming, the characteristics of serial production for aesthetic purposes. We have also highlighted the real motion of the machine’s elements that shifts at the slightest change in the environment. An example of this are air currents. We have not, however, dedicated much time to virtual motion as a purely perceptive fact – revealed at the very moment that the spectator moves. In fact, the Useless Machines possess the dual characteristic of motion: real (the colourful elements of the «pictorial» composition) and apparent (since the form changes in function of how the spectator moves).
Munari himself reminds us of this programming and aesthetic aspect: «I cut out the shapes [...] and I painted their backs (the part one never sees in a picture) in a different way so that as they turned they would form a variety of combinations».[14]




direct abstract images and derived images, shaped by shadows and by refraction


The elements are painted on both sides and have their «B-side» which is as important as and pictorially equivalent to «A-side» in such a way as to make the traditional dualism between figure and background perceptually unstable. In the photograph we can see that the colour schemes are not repeated on both sides of each element, partially responsible for the variation and perceptive instability of the composition on a whole. All of these conditions contribute to the creation of an idea of apparent motion determined by the relationship between mobile and the eye of the spectator.




at the mirror
«I cut out the shapes […] and I painted their backs (the part one never sees in a picture)»


Natural Forms

In 1937, Munari published an article entitled Che cosa sono le macchine inutili e perché [15] (What are Useless Machines and why?) in «Corriere della Sera»’s illustrated newspaper supplement «La Lettura». The artist provides a detailed and particular explanation of his works in this informative essay: the singularity of the description is found in the fact that he equated his creations, historically positioned to the origins of kinetic art, to natural phenomena.
Munari represents his creations as such: «Objects to look at in the way one looks at a drifting group of clouds». He then comments that the Useless Machines «find their motors in natural phenomena such as air currents, changes of temperature, humidity, light and shadow, etc., assuming a living aspect comparable to the movements of grass in a field, the changing forms of clouds, or the rolling of a pebble in a brook».
This is how a possible and alternative interpretation of these works lead us to finding a certain naturalness in them which, in a specific case, means observing the laws of nature and the developmental process of dynamic form. Munari uses the lessons learned from the observation of natural phenomena and tries to transfer them into the context of artistic visual communication.




«the Useless Machines find their motors in natural phenomena such as air currents, changes of temperature, humidity, light and shadow»


He would re-introduce the parallel between certain observable phenomena in nature and his mobiles towards the end of the 1970s, comparing the birth of the Useless Machines to children’s games like those of scattering bits and pieces of paper from the ceiling.[16] The observation of motion produced by the various shapes of the papers as they flutter to the ground determines the visualization of how the air moves about, an action that would be formalized in a performance given in Como in 1969 entitled Made Air Visible at the group exhibition «Campo Urbano. Interventi estetici nella dimensione collettiva urbana /Urban Field. Aesthetic interventions in the collective urban dimension».[17]
The theme of the large machine fascinated Munari very much whose futuristic training always carried a substantial weight in his works. It is the protagonist of a story in the book of reflections upon the use of photography, published in 1944 with the title Fotocronache. Dall’isola dei tartufi al qui pro quo (Photo-Reportage).[18]




«in the immensity of the futuristic infinite, in the reality of its abstract, Munari build and invents for the major benefit of the spirit»
Carlo Manzoni, 1934


«Once all painted, I use rust with squirts of water all over and stones. What a machine, kids! What I went to see over these past few days (I often visit the dredges), is an authentic floating monument». Actually, for the artist the idea of the Useless Machines was a result of his observations of natural phenomena such as the waterworks generated by old mills with their large wheel paddles along the shores of the Adige River, a river that crosses the flatlands south-west of the lagoon in Venice where Munari grew up, or the observation of air as a means and physical force to exploit along with the concept of levers or elastic energy. Air currents, moistures and light are all natural elements that contribute to the Machine’s behaviour.



Notes:

[1] Aldo Tanchis, Bruno Munari, Idea Books Edizioni, Milan, 1986, page 11.

[2] Dialogo con Bruno Munari by Miroslava Hàjek, in Miroslava Hàjek (edited by), Bruno Munari Instalace, Catalogue for his solo exhibition at the Museum of Modern Art Klatovy, Klenova Gallery (Czech Republic), 1997

[3] Danilo Presotto (edited by), Quaderni di Tullio d’Albisola, n. 2 (1928-1939), Editrice Liguria, Savona, 1981, page 141

[4] Enrico Crispolti (edited by), Nuovi Archivi del Futurismo. Cataloghi di esposizioni, De Luca-CNR, Rome, 20120, pages 575-577

[5] Dino Buzzati, Le Macchine Inutili di Munari, in Pesci Rossi, monthly dedicated to current literary events, n. 10-11, October-November 1948, year XVII, pages 14 – 15

[6] F. Popper, L’arte cinetica, Einaudi, Turin, 1970, page 334

[7] Luigi Pralavorio, Delle Macchine Inutili e di altro, in Cronaca Prealpina, 28 May 1934

[8] Bruno Munari, Design as Art, Penguin, London, 2008

[9] Rassegna Domus Per Natale, in Domus n.325 December 1956

[10] Guido Ballo, La mano e la macchina – dalla serialità artigianale ai multipli, Jabik & Colophon: Sperling & Kupfer, Milan, 1976

[11] Enrico Crispolti, Il caso Munari, in NAC Notiziario Arte Contemporanea, n° 25, Milan, 1969

[12] Luciano Caramel (supervisor), M.A.C. Movimento Arte Concreta, Electa, Milan, 1984, page 14

[13] Gillo Dorfles, Una estrema celebrazione per l’arte cinetica (An extreme celebration of kinetic art), in Gillo Dorfles, Inviato alla Biennale (Biennale Correspondent), Scheiwiller, Milan, 2010

[14] Bruno Munari, Design as Art, Penguin, London, 2008

[15] Bruno Munari, Che cosa sono le macchine inutili e perché, La Lettura, n. 7 July 1937, in M. Hajek, L. Zaffarano (edited by), Bruno Munari. My Futurist Past, Silvana Editoriale, Milan, 2012

[16] Alfredo Barberis, Intervista a Bruno Munari, in Alfredo Barberis, Le voci che contano, Edizioni Il Formichiere, Milan, 1978

[17] Luciano Caramel (edited), Campo Urbano. Interventi Estetici nella dimensione collettiva urbana, Editrice Nani, Como, 1969. Graphic project by Bruno Munari, photographs by Ugo Mulas.

[18] Bruno Munari, Vi piace la draga?, in Bruno Munari, Fotocronache. Dall’isola dei tartufi al qui pro quo, Domus Editore, Milan, 1944


All photographs by Pierangelo Parimbelli

This article has been published on a weekly basis on the platform Arshake





   
 
Documenti



 


ruota di mulino sull'adige
Fotografia conservata in studio da Munari

A Badia Polesine dove sono nato c'è il fiume, che è molto bello, e ci sono questi vecchi mulini che sono fatti di legno con il tetto di paglia, e hanno una grande ruota a pale che, spinta dall'acqua, si muove e tira su le alghe del fiume, fa tutto un gioco di colori e di luci, molto bello.
Quali sono altri ricordi d'infanzia di Badia Polesine?
Sono ricordi soprattutto di ambiente e di paesaggio. Cioè di questo grande fiume con degli argini molto alti, perché il paese è sotto il livello del fiume, e quindi ricordo questi argini coperti di erbaspagna che ha tutto un odore particolare... e si andava con gli amici a correre sugli argini oppure a scendere a riva. E poi c'era, nella casa di mio padre, un solaio enorme, con dentro delle cose molto curiose. Era un solaio diviso in vari settori, in varie stanze. C'era una stanza chiusa, si intravedeva, attraverso le fessure del legno della porta, che in questa stanza c'erano delle cose ancora più misteriose, e poi c'era anche un'altalena che pendeva dal soffitto, e poi c'erano dei finestrini molto bassi a filo del pavimento dai quali io lasciavo andare nell'aria delle striscioline di carta di forme diverse, per esempio un rettangolino di un centimetro per quindici, mentre il rettangolino andava giù, ruotava e sembrava una caramella. Oppure costruivo un triangolino di carta di circa cinque centimetri per dieci, un triangolo rettangolo, e l'altro lato non lo so, bisogna misurarlo, lo lasciavo scivolare giù dalla finestra; ondeggiava un po' come una foglia morta perché il baricentro era tutto spostato rispetto alla forma...
Come le nacquero le sue celebri macchine inutili?
Mah, l'idea credo che sia nata da un'osservazione sulla pittura astratta. E anche in collegamento con quei pezzi di carta che liberavo nell'aria, da bambino.

[Intervista a Bruno Munari di Alfredo Barberis tratta dal libro Le voci che contano, Edizioni Il Formichiere, 1978]




macchina inutile 1934
guscio di zucca secca, bacchette di legno e parti mobili in alluminio che girando, sospinte dal vento, formano uno sfondo alla sfera rossa.
coll. priv.


Bruno Munari nel 1937 pubblica sulla rivista
La lettura Numero 7 Luglio 1937 l'articolo:
Che cosa sono le macchine inutili e perché
2.8 MB








macchina inutile, 1934
collezione Galleria d'arte moderna, Roma




disegno di macchina inutile, 1937
pubblicata su Arte come mestiere, Laterza,




macchina inutile, 1937
pubblicata sul Catalogo della Mostra Antologica di Palazzo Reale, Electa, p. 32


schema progettuale con misure della macchina inutile, 1937
pubblicato sul libro Arte come mestiere, Laterza,
macchina inutile composta da sfera di vetro soffiato, 1 disco di cartone,
2 figure geometriche di cartone, 3 bacchette di legno e filo di seta




Dalla sfera di vetro soffiato con diametro A è possibile derivare il disco, il cui diametro è uguale al diametro della sfera aumentato di 1/3. Infatti all'interno del cartoncino è disegnata anche una superficie con diametro uguale a quello della sfera.
Il diametro del disco (A+1/3R, da ora B) determina le altre due forme geometriche B e 2B, una di superficie e di lunghezza doppia (2B) rispetto all'altra (B, appunto).
Anche le aste di legno hanno la lunghezza in funzione del diametro della sfera, per la precisione di 3A, 5A e 6A.
La composizione ha una sua armonia progettuale di rapporti, ed anche una cromaticità variabile in funzione del fatto che le superifici delle figure geometriche in cartoncino sono dipinte sul retro in modo negativo rispetto al davanti.



fotografia pubblicata sulla rivista Domus n. 163 del 1941




disegno per macchina inutile, 1937-1939 circa
pubblicato sul volume di Aldo Tanchis L'arte anomala di Bruno Munari, Laterza, p.22




disegno per macchina inutile
realizzata in legno dipinto, 1939
pubblicato sul volume di Aldo Tanchis Bruno Munari, Idea Books, p.37




progetto di macchina inutile, 1939
per E. N. Rogers, 4 varianti
pubblicato sul Catalogo della Mostra organizzata dal Cosmit al Salone del Mobile del 1999, p. 100




disegno di macchina inutile non datato, circa 1939-1940
pubblicata sul volume di C. Lichtenstein, A. W. Haberli Far vedere l'aria, Lars Muller Publisher, p.36
collezione CSAC Università di Parma


Alcune macchine inutili progettate negli anni '40 e '50 sono costruite con fili di acciaio elastico e bacchette di legno leggero. Il filo d'acciaio fornisce elasticità alla composizione.
Alcune di queste macchine proprio per questa caratteristica dominante di elasticità ricordano l'opera sensitiva, una struttura in legno e ferro con elementi oscillanti, e ricordando almeno parzialmente le macchine aritmiche, costruite a partire dal 1951.




disegni di macchine inutili,
fili di acciaio elastico e bastoncini di legno di balsa
pubblicati su Arte come mestiere, Laterza,




progetto di macchina inutile, 1940
Collezione Casaperlarte, Cantù




progetti di macchina inutile, 1940
pubblicato sul Catalogo Tinguely e Munari, Mazzotta, p.185




macchina inutile a giostra 1940-1953
Struttura in ferro, meccanismo di grammofono a molla, fogli di alluminio piegati
coll. priv.

Munari lavorò a questa opera per quasi dieci anni modificandola, cercando di ottenere una irregolarità dal moto monotono prodotto dal meccanismo di un grammofono. L'opera che Munari chiamava sbatacchione colpì molto Tinguely che la vide nella casa dell'artista a Milano, in particolare per le infinite possibilità di varianti geometriche e ludiche ottenute per mezzo di un semplice cambio di posizione degli elementi costituenti.




macchina inutile firmata 1945-80
edizione UXA tiratura 20+3
alluminio anodizzato e serigrafato
priv. coll.




macchina inutile 1945
Courtesy Fondazione Vodoz Danese, Milano
Foto Roberto Marossi





macchina inutile 1945
Coll. priv.





disegni di macchine inutili
pubblicate sul libro Arte come mestiere, Laterza




volume virtuale
creato da una macchina inutile 1946
pubblicata sulla rivista Art D'Aujourd'Hui N.2 Gennaio 1952, p. 5




macchina inutile 1946
legno, metallo, perspex
pubblicata sul Catalogo della Mostra alla Fondazione Bandera, Mazzotta, p.60
coll. priv.




macchina inutile 1947




macchina inutile 1947
legno, metallo e perspex
fotografia di Ada Ardessi
Courtesy Isisuf Milano






macchina inutile in movimento 1947
legno bianco con sezioni colorate
pubblicata sul Catalogo della Mostra Antologica di Palazzo Reale, Electa, , p. 32
coll. priv.




macchina inutile 1947
legno bianco con sezioni colorate
priv. coll.




macchina inutile 1947
filo d'acciaio
pubblicato su Munari '50, Corraini, p.33




macchina inutile firmata 1947-87
edizione UXA 20+3
filo d'acciaio piegato, palline di legno bianche, nylon, quadrato in alluminio anodizzato nero 10x10
pubblicata su Bruno Munari Instalace, 1997
priv. coll.



Dal 1933 al 1948 in 15 anni Munari progetta 93 macchine inutili; molte di queste vengono realizzate nell'intervallo di anni indicato, alcune invece vengono realizzate in anni successivi e per questo motivo hanno una doppia datazione (anno di progettazione ed anno di realizzazione).

Dal 1947 vengono presentate nelle macchine inutili con parti in materie plastiche; oltre alle forme combinate dal movimento si possono vedere delle combinazioni cromatiche ottenute per sovrapposizione di parti plastiche colorate semitrasparenti, come ad esempio quando una forma rossa passa davanti ad una forma blu generando una forma viola temporanea.




disegno per macchina inutile invisibile, 1948
plastica trasparente incolore con quadrati rossi
pubblicato sul volume di Aldo Tanchis L'arte anomala di Bruno Munari, Laterza, p.104




macchina inutile 1947 particolare
Courtesy Fondazione Vodoz Danese
Fotografia ©Roberto Marossi




progetto di macchina inutile 1948
note: M.I. n. 93 alluminio




macchina inutile 1948
Courtesy Studio Dabbeni, Lugano




macchina inutile 1948
legno
fotografia di Ada Ardessi
courtesy Isisuf Milano




macchina inutile 1949
metallo colorato
pubblicato sul Catalogo Tinguely e Munari, Mazzotta, p.190-191
collezione privata




macchina inutile in metallo colorato 1949
priv. coll.




Munari alla sua esposizione Quadri quadrati e macchine inutili
Galleria Bergamini, marzo 1952
appesa una macchina inutile a 5 aste
pubblicato su Munari '50, Corraini, p.18




macchina inutile 1951
collezione Museo del 900 Firenze




munari con una macchina inutile a 10 aste
fotografia pubblicata su Munari '50, Corraini, p.27




macchina inutile anni '50
fotografia pubblicata su Munari '50, Corraini, p.88




progetto di macchina inutile, per bill, 1951
pubblicata sul volume a cura di A. C. Quintavalle Bruno Munari, CSAC Parma, p.24




macchina inutile 1952
priv. coll.




macchina inutile 1951-1993
per max bill
edizione Corraini
coll. priv.
Photo ©Pierangelo Parimbelli




macchina inutile 1953
Fiera di Milano, Padiglione Motta
altezza 25 metri
pubblicato su Munari '50, Corraini, p.53




progetto di macchina inutile
come ambiente, 1954
cartoncino bianco, carta nera e filo
cm 20 x 24 x 14
pubblicato sul Catalogo Tinguely e Munari, Mazzotta, p.184
priv. coll.




macchina inutile 1956
Fotografie di Aldo Ballo




macchina inutile 1957
coll. priv. Milano




macchina inutile 1994
alluminio verniciato e serigrafato
pubblicata sul Catalogo della Mostra al MAN di Nuoro p.70,71




pubblicata sul Catalogo della Mostra alla Fondazione Bandera, Mazzotta, p.104




Munari si nasconde dietro un esemplare di Macchina Inutile del 1956, la sua prima produzione seriale realizzata in tiratura di 20 esemplari sulla base di un progetto e non come replica di un pezzo unico.

[fonte: Domus n. 325 dicembre 1956]
Fotografia di Aldo Ballo
Courtesy Archivio Aldo Ballo, Milano








HappyWhenItRains
Last Modified: 14 July 2016 20:45:09