Parlare di macchine inutili significa per prima cosa sgomberare il campo dall'equivoco che induce ancora oggi molti a confondere le macchine umoristiche di Munari, ad esempio il motore a lucertola per tartarughe stanche o l'agitatore di coda per cani pigri, pubblicate in un libro per ragazzi nel 1942 da Einaudi, con le macchine inutili che invece sono mobiles, ovvero oggetti a sola funzione estetica, dunque opere d'arte.
Le macchine inutili rispondono al principio in base al quale la pittura astratta va liberata nello spazio e calata nella dimensione temporale, per questo le macchine inutili sono state collocate da Frank Popper , assieme alle opere di Man Ray, Rodchenko e Calder, all’origine dell’arte cinetica.
A quei tempi imperava il novecento italiano con tutti i suoi serissimi maestri [...] ed io, con le mie macchine inutili facevo proprio ridere
[Bruno Munari, da Arte come mestiere, Laterza,]
Le macchine inutili erano costruite con materiali leggeri come cartoncini, dipinti a tinte piatte, bastoncini di legno di balsa, talvolta una palla di vetro e fili di seta. La costruzione aerea doveva essere leggerissima per potersi muovere con un soffio d'aria.
Quasi tutti [i miei amici] ebbero in casa loro una mia macchina inutile che tenevano però in camera dei bambini, proprio perché era una cosa ridicola e da poco, mentre in soggiorno tenevano sculture di Marino Marini e pitture di Carrà e Sironi. Certo che in confronto a una pittura di Sironi, dove si vede l'unghiata del leone, io, col mio cartoncino e i fili di seta non potevo essere preso sul serio
[Bruno Munari, da Arte come mestiere, Laterza]
Bruno Munari è stata la prima persona venuta a salutarmi quando sono arrivata sposa a Milano, in via Bernardo Luini 7, tre piani di scale senza ascensore, grande stufa che sostituiva il riscaldamento centrale inesistente, tre stanze da artisti senza soldi: lo sposo era Ettore Sottsass, adoratore di Munari come me e commosso come me quando lo ha visto sorridente sulla porta con uno dei suoi piccoli mobiles in mano. Quel mobile è stato il primo e l'unico regalo di nozze che abbiamo ricevuto a Milano e io l'ho conservato con tenero amore fino a quando un trasloco crudele l'ha fatto scomparire, insieme ad altre cose care ma non così preziose, a opera dei soliti ignoti.
[Fernanda Pivano, da Su Munari]
Mentre Munari negli anni '30 fatica a trovare una galleria d'arte dove esporre le proprie macchine inutili (vengono esposte in una personale per la prima volta nel 1948 alla Galleria Borromini, presentazione di Dino Buzzati), a Parigi Calder incontra Mondrian e sviluppa un'idea analoga; per motivi di vario tipo Calder conquistò subito l'ambiente e io passai per un suo imitatore
[Bruno Munari, da Arte come mestiere, Laterza,]
Negli anni '30 gli unici mezzi consentiti all'arte erano pittura e scultura. Ogni altro mezzo o materiale erano giochi o scherzi di personaggi come Munari che nel mondo dell'arte non risultavano ben definibili. Quando anche in Italia furono scoperte le opere di Calder per assurdo divenne più accettabile anche lo strano caso Munari.
Il contesto europeo in cui Munari si forma è caratterizzato da alcuni eventi oggi assai noti.
Nel 1920 il pittore russo Rodchenko presenta una struttura appesa denominata Oval Hanging Construction n.12 e nel 1921 in una mostra intitolata 5 x 5 = 25 espone con il titolo Last Painting tre quadri monocromi a tinte piatte: rosso, blu e giallo, i tre colori primari.
Prima di Rodchenko nel 1915 il pittore Kasimir Malevic dipinge un quadrato nero su sfondo bianco. Un’opera che non è solo la negazione della pittura, ma è anche "l’equivalente in pittura della Ka’ba ricoperta da un velario nero", come ci suggerisce Bruce Chatwin ricordando che nel movimento costruttivista russo c’era una forte componente mussulmana.
Se nella pittura monocroma come negazione dell’idea di pittura c’è un misto, a seconda degli attori, di misticismo libertario (Malevic) e di socialismo rivoluzionario (Rodchenko), nella negazione della pittura del famoso manifesto del 1915 dei futuristi italiani Balla e Depero Ricostruzione futurista dell’universo l’intento principale è quello di superare la pittura dando forma all’invisibile. Si tratta più di intenzioni teoriche che di realizzazioni pratiche.
Nel 1919 Man Ray crea l’oggetto Lampshade, qualche anno dopo alla scuola della Bauhaus, nel corso di Moholy Nagy, lo studente Irmgard Sörensen costruisce una struttura sospesa.
Nel gennaio del 1938 sempre a Parigi nella Esposizione internazionale surrealista Duchamp appende sacchi di carbone al soffitto, mentre al centro della stanza un vecchio taxi parigino con impianto idraulico lascia cadere una pioggerella sul conducente con testa di squalo e sulla bionda passeggera con abito ricoperto da lattuga. Si tratta di una installazione che ci fa entrare in un mondo fantasioso e ricco di imprevisti, ludico ed insensato, un mondo che ormai nulla ha più a che fare con il quadro e la pittura.
Munari espone per la prima volta alcuni esemplari di Macchine inutili nelle mostre futuriste: Scelta di Futuristi Venticinquenni alla Galleria 3 Arti di Milano nel 1934, dove Depero tiene un discorso inaugurale parlando di estetica delle macchine inutili e dove Munari presenta otto opere, tra cui la macchina inutile Respiro di macchina (macchina inutile) e l’areoplastico Volumi d’aria, e firma il Manifesto tecnico dell’aeroplastica futurista in cui propone una nuova arte "macchina=arte, cioè invenzione di macchine inutili"; nelle Sale dei venticinquenni futuristi della Centrale di Milano, al Teatro Municipale di Reggio Emilia nel 1934; nella mostra Gli aeropittori futuristi inaugurata da Marinetti alla Galleria del Milione nel 1938 dove vengono presentate le macchine inutili n.21 e n.23. Dedica alle macchine inutili lo scritto "Che cosa sono le macchine inutili e perché" pubblicato sulla rivista La Lettura nel luglio del 1937.
Nel contesto italiano i riferimenti obbligatori vanno in prima istanza alle posizioni teoriche espresse da Boccioni nel Manifesto tecnico della scultura del 1912, perché "non vi può essere rinnovamento se non attraverso la scultura d’ambiente, perché con essa la plastica si svilupperà, prolungandosi nello spazio per modellarlo"; e poi al manifesto Ricostruzione Futurista dell’universo di Balla e Depero del 1915 che rappresenta il vero big-bang della poetica e dell’estetica di Bruno Munari, soprattutto quando enuncia l’esigenza di "formare dei complessi plastici che metteremo in moto", dando "scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile". E come non osservare quanto le macchine inutili, antesignane di tanta arte cinetica, siano forse una delle realizzazioni più compiute di queste enunciazioni teoriche.
Tutti gli elementi di una macchina inutile sono in rapporto armonico (matematico) tra loro, per misure, forme, pesi. Tutti gli elementi ruotano senza toccarsi, hanno una forma geometrica e sono dipinti con tinte piatte su entrambe le facce per consentire effetti di variazione cromatica.
ruota di mulino sull'adige
Fotografia conservata in studio da Munari
In verità per Munari sia l'idea di macchina che di macchina inutile nasce in parte dall'osservazione di fenomeni naturali, come i giochi d'acqua generati dai vecchi mulini sull'Adige con le grandi ruote a pala, o anche dall'osservazione dell'aria come mezzo e forza da utilizzare unitamente al concetto di leva o di forza elastica, come documentato in una intervista ad Alfredo Barberis, in cui le macchine inutili sono messe in relazione con alcuni giochi infantili fatti con forme di carta, ripresi alcuni decenni dopo e formalizzati nel contesto della famosa performance di Campo Urbano (Como) del 1968 Far vedere l'aria.
A Badia Polesine dove sono nato c'è il fiume, che è molto bello, e ci sono questi vecchi mulini che sono fatti di legno con il tetto di paglia, e hanno una grande ruota a pale che, spinta dall'acqua, si muove e tira su le alghe del fiume, fa tutto un gioco di colori e di luci, molto bello.
Quali sono altri ricordi d'infanzia di Badia Polesine?
Sono ricordi soprattutto di ambiente e di paesaggio. Cioè di questo grande fiume con degli argini molto alti, perché il paese è sotto il livello del fiume, e quindi ricordo questi argini coperti di erbaspagna che ha tutto un odore particolare... e si andava con gli amici a correre sugli argini oppure a scendere a riva. E poi c'era, nella casa di mio padre, un solaio enorme, con dentro delle cose molto curiose. Era un solaio diviso in vari settori, in varie stanze. C'era una stanza chiusa, si intravedeva, attraverso le fessure del legno della porta, che in questa stanza c'erano delle cose ancora più misteriose, e poi c'era anche un'altalena che pendeva dal soffitto, e poi c'erano dei finestrini molto bassi a filo del pavimento dai quali io lasciavo andare nell'aria delle striscioline di carta di forme diverse, per esempio un rettangolino di un centimetro per quindici, mentre il rettangolino andava giù, ruotava e sembrava una caramella. Oppure costruivo un triangolino di carta di circa cinque centimetri per dieci, un triangolo rettangolo, e l'altro lato non lo so, bisogna misurarlo, lo lasciavo scivolare giù dalla finestra; ondeggiava un po' come una foglia morta perché il baricentro era tutto spostato rispetto alla forma...
Come le nacquero le sue celebri macchine inutili?
Mah, l'idea credo che sia nata da un'osservazione sulla pittura astratta. E anche in collegamento con quei pezzi di carta che liberavo nell'aria, da bambino.
[Intervista a Bruno Munari di Alfredo Barberis tratta dal libro Le voci che contano, Edizioni Il Formichiere, 1978]
Note sull'utilizzo di strisce di carta per far vedere l'aria.
Ma l'obiettivo di Munari, ben rappresentato dalla già citata performance Far vedere l'aria, come sostiene la storica d'arte Miroslava Hajek, è anche quello di procedere nella strada della smaterializzazione della pittura grazie al gioco di ombre e di disegni sfumati prodotti dalla rotazione indipendente e casuale di ogni elemento della macchina inutile.
Le macchine inutili sono strettamente collegate, a differenza di quanto avviene in Calder, al concetto di ambiente; gli elementi della macchina, illuminati da luci puntiformi, dialogano con le loro ombre proiettate sui muri ed i loro movimenti generano dal nulla film astratti. Le sue macchine inutili sono composte da immagini reali, ottenute dagli elementi mobili della macchina, e da immagini geometriche riverberate, in un continuo dialogo in cui entra in gioco l’elemento dell’imprevisto.
Il movimento, la continua trasformazione, il dinamismo, l’evanescenza rappresentano nel suo lavoro il tema più facilmente individuabile.
[Miroslava Hajek, Le macchine di Munari, in Tinguely e Munari. Opere in azione, Mazzotta, Milano 2004]
Munari concepì dunque le sue Macchine Inutili utilizzando il principio della leva, una macchina primordiale, per poter arrivare all'essenza, allo spirito della macchina, così come Malevic nella pittura ha cercato di ripartire dai suoi primordi
[Miroslava Hajek, Dal Golem e dal Robot alla macchina come opera d'arte, in Corpo Automi Robot, Mazzotta, Milano 2009]
Il nome macchina inutile nasce dal fatto che queste opere sono da considerare macchine perché fatte di varie parti che si muovono, collegate tra loro [...] inutili perché non producono, come le altre macchine, beni di consumo materiale [...] Alcuni sostenevano che erano utilissime, invece, perché producono beni di consumo spirituale (immagini, senso estetico, educazione del gusto, informazioni cinetiche ecc.)
[Bruno Munari, da Arte come mestiere, Laterza,]
macchina inutile, 1934
guscio di zucca secca, bacchette di legno e parti mobili in alluminio che girando, sospinte dal vento, formano uno sfondo alla sfera rossa.
courtesy Miroslava Hajek
Bruno Munari nel 1937 pubblica sulla rivista
La lettura (numero 7) l'articolo che riproduciamo per intero:
Che cosa sono le macchine inutili e perché 2.8 MB
Mettiamoci prima d’accordo sulla funzione delle macchine inutili: che siano macchine non c’è dubbio, dato che è una macchina la leva, volgarmente detta "quel pezzo di ferro lì". Resta da chiarire l’aggettivo "inutile": inutili perché non fabbricano, non eliminano manodopera, non fanno economizzare tempo e denaro, non producono niente di commerciabile.
Non sono altro che oggetti mobili colorati, appositamente studiati per ottenere quella determinata varietà di accostamenti, di movimenti, di forme e di colori. Oggetti da guardare come si guarda un complesso mobile di nubi dopo essere stati sette ore nell’interno di un’officina di macchine utili.
Le prime macchine inutili erano più complicate e con movimenti limitati o perturbatori, mentre queste ultime, semplificate, trovano il loro motore nei fenomeni naturali, come spostamenti d’aria, sbalzi di temperatura, umidità, luce e ombra, ecc., assumendo l’aspetto di vita propria paragonabile al movimento delle erbe di un campo, al mutare delle nuvole, al rotolare di un sasso in un ruscello. Vi possono essere macchine lentissime o velocissime, con infinita varietà di movimenti, macchine da giardino, da casa, appese al soffitto, galleggianti in un laghetto, da tavolo, da terrazza e forse tascabili. L’importante è che siano assolutamente inutili.
La n. 21 è una altissima macchina da giardino, in ferro e legno, di colore grigio neutro; una sfera rossa, situata all’estremità di una delle tre gambe di sostegno, ha dietro di sé una parte mobile a elementi bianchi e neri, accoppiati, i quali, sospinti dal vento, girano più o meno velocemente formando uno sfondo mutevole di grigi alla suddetta sfera rossa. Di sera una lieve luce bianca illumina questa parte.
Munari macchina inutile da giardino n. 21
La macchina n. 19 è da casa e va appesa ad un soffitto liscio, verde chiaro, che fa da sfondo. Tre elementi di diversa forma e colore girano con moto lento attorno ad una sfera di vetro dorato immobile al centro. Movimento planetario irregolare.
Munari macchina inutile da casa n. 19
La macchina n. 23 è galleggiante con leggeri movimenti di un timone nero attorno al complesso bianco e rosso dell’alberatura e dei tiranti. Altezza da uno a sette metri.
Munari macchina galleggiante
Ed ecco una piccola macchina inutile da tavolo con movimento interno di una veloce turbina a pale bianche e nere. La parte plastica è ricavata da una di quelle zucche che servono a certi contadini per conservare l’acqua, la parte mobile e le gambe sono in legno verniciato. (n. 11).
Munari una piccola macchina inutile da tavolo n. 11
E’ appesa a elementi sovrapposti (n. 24). Le forme mobili sono colorate diversamente, per esempio: grigie da un lato e a righe bianche e rosse dall’altro, oppure bianche e nere, gialle e nere, sfumate, ecc. Il tipo allungato caratteristico di questa macchina permette movimenti in senso contrario penetrando in uno strato d’aria a più correnti.
Munari macchina inutile da soffitto n. 24
Nelle macchine inutili ogni pezzo deve avere la sua funzione logica tanto in rapporto al movimento quanto al senso artistico di proporzione, di colore e di forma; e tutto l’assieme deve essere l’armonica fusione plastica, pittura e moto. Plastica intesa come forma geometrica: esatto equilibrio di forme, di spazi, di volumi; chiaro e scuro. Pittura intesa come colore: esatto equilibrio di colori, (un colore in curva ha un valore diverso di un colore piano). Moto allo stato puro: ritmo, senso del moto; (cioè: una persona che cammina e una che danza; moto utile e moto inutile) il moto di una macchina inutile deve essere il cuore della costruzione, il punto vitale.
Una macchina inutile che non rappresenti assolutamente nulla è il congegno ideale grazie a cui possiamo tranquillamente far rinascere la nostra fantasia, quotidianamente afflitta dalle macchine utili.
[Bruno Munari, tratto da La lettura, numero 7, 1937]
macchina inutile, 1934
collezione galleria d'arte moderna, roma
Le Macchine Inutili aeree dilatano nello spazio la problematica della pittura astratta. Sono delle vere e proprie installazioni, costruite con materiali poveri, che si muovono nell’ambiente sospinte dalle correnti d’aria. In esse acquista importanza soprattutto il gioco d’ombre, che l’oggetto, illuminato, disegna sulle pareti circostanti.
[Miroslava Hajek, tratto da Mousse Magazine n.12]
disegno di macchina inutile, 1937
pubblicata su Arte come mestiere, Laterza,
macchina inutile, 1937
pubblicata sul Catalogo della Mostra Antologica di Palazzo Reale, Electa, p. 32
schema progettuale con misure della macchina inutile, 1937
pubblicato sul libro Arte come mestiere, Laterza,
macchina inutile composta da sfera di vetro soffiato, 1 disco di cartone,
2 figure geometriche di cartone, 3 bacchette di legno e filo di seta
Dalla sfera di vetro soffiato con diametro A è possibile derivare il disco, il cui diametro è uguale al diametro della sfera aumentato di 1/3, infatti all'interno del cartoncino è ancora indicata una superficie con diametro uguale a quello della sfera.
Il diametro del disco (A+1/3R, da ora B) determina le altre due forme geometriche B e 2B, una di superficie e di lunghezza doppia (2B) rispetto all'altra (B, appunto).
Anche le aste di legno hanno la lunghezza in funzione del diametro della sfera, per la precisione di 3A, 5A e 6A.
La composizione ha una sua armonia progettuale di rapporti, ed anche una cromaticità variabile in funzione del fatto che le superifici delle figure geometriche in cartoncino sono dipinte sul retro in modo negativo rispetto al davanti.
fotografia pubblicata sulla rivista Domus n. 163 del 1941
disegno per macchina inutile, 1937-1939 circa
pubblicato sul volume di Aldo Tanchis L'arte anomala di Bruno Munari, Laterza, p.22
disegno per macchina inutile
realizzata in legno dipinto, 1939
pubblicato sul volume di Aldo Tanchis Bruno Munari, Idea Books, p.37
progetto di macchina inutile, 1939
per E. N. Rogers, 4 varianti
pubblicato sul Catalogo della Mostra organizzata dal Cosmit al Salone del Mobile del 1999, p. 100
disegno di macchina inutile non datato, circa 1939-1940
pubblicata sul volume di C. Lichtenstein, A. W. Haberli Far vedere l'aria, Lars Muller Publisher, p.36
collezione CSAC Università di Parma
Alcune macchine inutili progettate negli anni '40 e '50 sono costruite con fili di acciaio elastico e bacchette di legno leggero. Gli elementi sono sempre collegati da fili di seta. Il filo d'acciaio fornisce elasticità alla composizione.
Alcune di queste macchine proprio per questa caratteristica dominante di elasticità ricordano l'opera sensitiva, una struttura in legno e ferro con elementi oscillanti, e ricordando almeno parzialmente le macchine aritmiche, costruite a partire dal 1951.
L'oscillazione data dagli elementi elastici introduce un elemento di aleatorietà e di umorismo, le macchine sembrano bizzarre, i movimenti imprevedibili suscitano sorpresa e divertimento.
disegni di macchine inutili,
fili di acciaio elastico e bastoncini di legno di balsa
pubblicati su Arte come mestiere, Laterza,
progetto di macchina inutile, 1940
pubblicato sul Catalogo Tinguely e Munari, Mazzotta, p.185
progetti di macchina inutile, 1940
pubblicato sul Catalogo Tinguely e Munari, Mazzotta, p.185
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macchina inutile a giostra 1940-1953
Struttura in ferro, meccanismo di grammofono a molla, fogli di alluminio piegati, altezza 113 cm
courtesy Miroslava Hajek
Macchina inutile a giostra
Munari lavorò a questa opera per quasi dieci anni modificandola, cercando di ottenere una irregolarità dal moto monotono prodotto dal meccanismo di un grammofono. L'opera che Munari chiamava sbatacchione colpì molto Tinguely che la vide nella casa dell'artista a Milano, in particolare per le infinite possibilità di varianti geometriche e ludiche ottenute per mezzo di un semplice cambio di posizione degli elementi costituenti.
Munari sa che la ripetitività o la prevedibilità di un movimento riduce la capacità emozionale e poetica di un'opera, che al contrario può essere amplificata dal movimento casuale e spontaneo come quello generato da uno spostamento d’aria, dall'alterazione di meccanismi o da imprevedibili sollecitazioni elastiche.
macchina inutile firmata 1945-80
edizione UXA tiratura 20+3
alluminio anodizzato e serigrafato
courtesy Miroslava Hajek
macchina inutile 1945
Courtesy Fondazione Vodoz Danese, Milano
Foto Roberto Marossi
disegni di macchine inutili
pubblicate sul libro Arte come mestiere, Laterza
volume virtuale
creato da una macchina inutile 1946
pubblicata sulla rivista Art D'Aujourd'Hui N.2 Gennaio 1952, p. 5
macchina inutile 1946
legno, metallo, perspex
pubblicata sul Catalogo della Mostra alla Fondazione Bandera, Mazzotta, p.60
coll. priv.
macchina inutile 1947
legno, metallo e perspex
fotografia di Ada Ardessi
Courtesy Isisuf Milano
macchina inutile in movimento 1947
legno bianco con sezioni colorate
pubblicata sul Catalogo della Mostra Antologica di Palazzo Reale, Electa, , p. 32
coll. priv.
macchina inutile 1947
legno bianco con sezioni colorate
courtesy Miroslava Hajek
macchina inutile 1947
legno bianco con sezioni colorate
macchina inutile 1947
filo d'acciaio
pubblicato su Munari '50, Corraini, p.33
macchina inutile firmata 1947-87
edizione UXA 20+3
filo d'acciaio piegato, palline di legno bianche, nylon, quadrato in alluminio anodizzato nero 10x10
pubblicata su Bruno Munari Instalace, 1997
courtesy Miroslava Hajek
Dal 1933 al 1948 in 15 anni Munari progetta 93 macchine inutili; molte di queste vengono realizzate nell'intervallo di anni indicato, altre vengono realizzate in anni successivi e per questo motivo hanno una doppia datazione (anno di progettazione ed anno di realizzazione).
Dal 1948 vengono introdotte nelle macchine inutili parti in materie plastiche che introducono una nota cromatica variabile; oltre alle forme combinate dal movimento si possono vedere delle combinazioni cromatiche ottenute per sovrapposizione di parti plastiche colorate, come ad esempio quando una forma rossa trasparente passa davanti ad una forma blu trasparente generando una forma viola temporanea.
disegno per macchina inutile invisibile, 1948
plastica trasparente incolore con quadrati rossi
pubblicato sul volume di Aldo Tanchis L'arte anomala di Bruno Munari, Laterza, p.104
La materia plastica trasparente colorata viene qui utilizzata non per introdurre un elemento gratuito di novità, ma per le sue proprietà di materiale e per il valore che tali proprietà (trasparenza, leggerezza) hanno nella comunicazione visiva.
macchina inutile 1948
Courtesy Studio Dabbeni, Lugano
macchina inutile 1948
legno
fotografia di Ada Ardessi
courtesy Isisuf Milano
Le macchine inutili sono interessanti anche per le ombre che proiettano sul muro; un'ambientazione ideale prevede differenti punti luce direzionati verso la macchina inutile, in modo da disegnare sui muri dell'ambiente circostante sequenze sempre variabili di forme.
macchina inutile 1949
metallo colorato
pubblicato sul Catalogo Tinguely e Munari, Mazzotta, p.190-191
collezione privata
Munari alla sua esposizione Quadri quadrati e macchine inutili
Galleria Bergamini, marzo 1952
appesa una macchina inutile a 5 aste
pubblicato su Munari '50, Corraini, p.18
studio di movimento
di una macchina inutile
dal Bollettino n.5 del MAC
munari con una macchina inutile a 10 aste
fotografia pubblicata su Munari '50, Corraini, p.27
macchina inutile anni '50
fotografia pubblicata su Munari '50, Corraini, p.88
progetto di macchina inutile, per bill, 1951
pubblicata sul volume a cura di A. C. Quintavalle Bruno Munari, CSAC Parma, p.24
macchina inutile 1951-1993
per max bill
multiplo edizione Corraini
pubblicata sul Catalogo della Mostra alla Società Umanitaria, p.17
macchina inutile 1953
Fiera di Milano, Padiglione Motta
altezza 25 metri
pubblicato su Munari '50, Corraini, p.53
progetto di macchina inutile
come ambiente, 1954
cartoncino bianco, carta nera e filo
cm 20 x 24 x 14
pubblicato sul Catalogo Tinguely e Munari, Mazzotta, p.184
courtesy Miroslava Hajek
Schema strutturale della macchina inutile del 1956, composta da 6 elementi. La produzione è fatta a partire da un foglio di alluminio serigrafato con piccoli quadrati di colore in punti prestabiliti e poi tagliato per ottenere gli elementi della macchina.
Lo schema è pubblicato sul volume Il quadrato, Scheiwiller, p. 48
Questa macchina inutile è di fatto la prima produzione seriale di Munari, realizzata in tiratura di 20 esemplari sulla base di un progetto, e non come replica di un pezzo unico [Domus n. 325 dicembre 1956].
Questa produzione seriale precede la partecipazione di Munari nel 1958-59 alle edizioni M.A.T. di Daniel Spoerri a Parigi, dove assieme con Tinguely, Albers, Man Ray, Duchamp, Soto ed altri concorrerà alla produzione seriale di opere, proponendo le Strutture Continue.
Questo progetto di macchina inutile verrà riproposto come multiplo in tiratura 250 esemplari dalla Galleria Sincron di Brescia nel 1968.
I sei elementi accostati su di un piano, occupano uno spazio di due quadrati e mezzo. Sospesi a fili di nailon si muovono in infinite combinazioni. L'oggetto è di alluminio anodizzato naturale.
[Bruno Munari, da Il quadrato]
macchina inutile 1956
macchina inutile 1956-1968
alluminio serigrafato
multiplo sincron, tiratura 250
macchina inutile 1994
alluminio verniciato e serigrafato
pubblicata sul Catalogo della Mostra al MAN di Nuoro p.70,71
pubblicata sul Catalogo della Mostra alla Fondazione Bandera, Mazzotta, p.104
macchina inutile 1995
multiplo edizione Corraini
90 esemplari + 10 pa
Bruno Munari nel suo studio di via Vittorio Colonna (Milano) con la macchina inutile (a destra) edizione plura del 1983
fotografia pubblicata sul catalogo della mostra personale alla Galleria Fumagalli (Bergamo)
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macchina inutile in metallo colorato 1949
priv. coll.
gioco di ombre con macchina inutile
priv. coll.
L. Pralavorio
Delle macchine inutili e di altro
Cronaca Prealpina, 28 maggio 1934
Scoprire, inventare, crear macchine che servano a qualcosa, tutti sono capaci. Munari ne ha scoperta una che non serve proprio a niente. Bellissima, praticissima, alla portata di tutti, da potersi lasciare in mano senza pericolo di sorta a un bimbo di tre anni e anche meno; e soprattutto da non lasciarsi scappare l'occasione.
Da molto tempo io pensavo, per l'amore mio alle macchine, di comprarmene una, magari una piccola Balilla. Ho sempre dovuto rinunciarvi perché non ne conosco la manovra. Ho comperato adesso una macchina inutile di Munari e mi trovo benissimo. La mia sete meccanica è soddisfatta.
L'ho appesa, la macchina inutile, a una parete della mia camera - che così diventa un poco, con mia grande soddisfazione, un'autorimessa dello spirito -, com'altri appende in salotto un quadro d'autore, quelli proprio con la cornice di valore, e trascorro le serate di pioggia a muovere le sue rotelline, tirarne i fili, con somma invidia del mio gatto che ci vorrebbe giocherellare anche lui. Perché non si tratta già, come forse avrete capito, di una macchina macchinosa, no: una macchina giocattolo, costruita vuoi di penne di gallina - mai di oca; le oche nulla hanno a che fare con Munari e il futurismo - di spago - quello che s'allunga infinitamente, non quello che s'incurva ai novanta - rotelle, chiodi e tante altre materie colorate e plastiche. Una vera macchina inutile, insomma; macchina arte e non macchina scienza. Che può star bene, anzi ci vuole, in un salotto di raffinatissima signora moderna.
Naturalmente il pubblico ha chiesto il perché di questa invenzione. E Munari ha spiegato com'egli sia arrivato alle macchine inutili, dalla disillusione della pittura. La pittura, per quanti sforzi di liberazione dalle vecchie forme e dalle abusate ispirazioni l'artista faccia, resta pur sempre arte già compiuta, e, ai fini delle espressioni assolutamente nuove, arte inquinata di passato e di gloria. Per esprimere originalmente il nuovo occorre una forma d'arte del tutto nuova. S'è scoperto già il cinematografo che soppianta meravigliosamente ogni altra forma di spettacolo: dovremo trovare altre forme d'espressione artistica per sostituire la pittura e la scultura. Le macchine inutili ne sono un tentativo.
Questa macchina inutile richiama le tenso-strutture e le tensioni e compressioni e ci ricorda che esiste una coerenza ed un legame di continuità tra le varie opere e le diverse linee della sua ricerca estetica [Miroslava Hajek].
macchina inutile 1952
Courtesy Miroslava Hajek
La Macchina inutile non è mai una macchina stupida, ripetitiva, meccanica, piuttosto è una macchina imprevedibile, aleatoria e per questo motivo, quasi fosse una creazione dotata di vita propria, anche un po’ fantasiosa.
Il concetto di casualità ritorna spesso nelle opere di Bruno Munari e viene utilizzato dall’artista non solo per la sua funzione di engine, come motore per la generazione dei movimenti della macchina, ma anche in analogia ed imitazione con quanto Munari osserva dal mondo naturale, dove la casualità determinata dalle più varie condizioni ambientali altera in modo eccezionale quelle regole che, descrivibili attraverso formali grammatiche generative, sono alla base della morfogenesi di tutti i processi naturali.
La necessità è dunque quella di creare un ambiente artistico in cui lo spettatore può immergersi e nel quale l’opera in movimento si confronta con riverberi, ombre, moirè, casualità, suoni ed altro, come nel caso delle macchine inutili, ma anche del concavo-convesso del 1946, o delle pitture smaterializzate con le proiezioni di luce o con la scomposizione della luce per mezzo di filtri polaroid (1950-54) o ancora con la fontana a 5 gocce realizzata a Tokyo nel 1965.
La denominazione di macchina inutile, che contrariò Marinetti, è un azzeccato ossimoro che ci costringe a ragionare sull’utilità dell’inutile – l’arte – e sull’inutilità dell’utile – la macchina – riportando la riflessione anche alla concretezza della nostra vita quotidiana.
La denominazione ha la forza e la semplicità di uno slogan: ci ricorda che la macchina utile ha una obsolescenza ed una vita sempre più breve, in contrasto con l’utilità proficua della macchina inutile, pura poesia, che con la sua forma instabile e mutevole, così come accade per la musica, ha il solo scopo di piacerci e farci divertire.
macchina inutile 1947
progetto di macchina inutile 1948
note: M.I. n. 93 alluminio
Munari si nasconde dietro un esemplare di Macchina Inutile del 1956, la sua prima produzione seriale realizzata in tiratura di 20 esemplari sulla base di un progetto e non come replica di un pezzo unico.
[fonte: Domus n. 325 dicembre 1956]
Fotografia di Aldo Ballo
Courtesy Archivio Aldo Ballo, Milano
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