1930 macchine inutili    forme astratte in movimento nello spazio                                1946 concavo-convesso    una rete metallica ripiegata ed appesa, un ambiente mutevole di immagini ombre rifrazioni, una nuvola                                1948 pitture negativo positive    annullato il contrasto tradizionale tra la figura e il fondo                                1950 proiezioni di luce    la pittura si smaterializza, diventa ambiente, lo spettatore entra nella composizione proiettata                               1951 macchine aritmiche     la regola e il caso, il ritmo e l'imprevisto                                1951 oggetti trovati    sassi cortecce radici valvole manifesti strappati, la natura e l'arte
 
 
Ambienti di luce, dal 1950                      
Proiezioni con la luce



Bruno Munari esplora sistematicamente all'interno del suo percorso artistico gli effetti di luci, ombre e movimento, in modo particolare in rapporto allo spazio.

A partire dal 1950 Bruno Munari propone degli ambienti di luce in cui realizza una pittura proiettata grazie all'utilizzo di materiale vario, fissato tra i vetrini di una diapositiva.

Servendosi della luce e di materiali di uso comune, l'artista è stato capace di costruire una biblioteca d'immagini di grande impatto visivo e di grande attualità.
Munari ha realizzato delle opere in miniatura, usando la pittura, il collage di materiali organici come la buccia di cipolla, retini, fili di materiali vari e pellicole colorate trasparenti. Inseriva queste composizioni materiche tra due vetrini che introduceva negli apparecchi per proiettare le diapositive. Il dispositivo toglieva la fisicità all'opera e la ricostruiva con la luce proiettandola in dimensione monumentale.
Munari argomenta che con un piccolo vetrino poi affrescare una cupola, e ancora: in una tasca puoi portare tutta una grande mostra.
Come fece al MoMA di New York nel 1954.

In seguito l'artista utilizzerà proiezioni multifocali e, a partire dal 1953 proiezioni polarizzate, quest'ultime ottenute mediante l'utilizzo di materiale trasparente stratificato posto tra filtri polaroid, in modo da ottenere, con la rotazione dei filtri, la scomposizione della luce in colori puri.



proiezioni dirette bifocali 1952




la stessa proiezioni con fuoco differente

Le proiezioni dirette e quelle polarizzate vengono presentate per la prima volta nel 1953 a Milano nello studio di architettura B24, che allora era uno spazio per le esposizioni del MAC, e poi nel 1954 al MoMA di New York con il titolo di Munari's Slides. Successivamente vengono presentate nel 1955 alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma ed infine a Tokyo, Stoccolma, Anversa, Zurigo, Amsterdam.



presentazione delle proiezioni allo studio B24
Milano 1953


Le composizioni sono fatte con materiali vari trasparenti semitrasparenti, con materie plastiche tagliate strappate bruciate graffiate liquefatte incise polverizzate, con tessuti animali e vegetali con fibre artificiali, con soluzioni chimiche e con la collaborazione del figlio. Non sono fotografie a colori ma proiezioni di materie.

Il vivere moderno ci ha dato la musica in dischi, ora ci da la pittura proiettata scrive Munari sulla rivista Domus nel febbraio 1954. Questa affermazione viene copiata da Vasarely nel foglio di presentazione alla Mostra Le Mouvement (aprile 1955) presso la Galleria Denise René (Parigi) e precisamente nelle Notes pour un manifeste.

Nella prima fotografia in alto nella colonna si può vedere un esempio di ambiente di luce in cui viene proiettata una costruzione pittorica polarizzata, nella fotografia che segue si ha un altro esempio di ambiente ottenuto con proiezione diretta.

Entrambi gli ambienti sono installazioni realizzate presso il Castello di Klenova nel 1997 utilizzando vetrini del 1950, a cura di Miroslava Hajek con autorizzazione dell'artista.



sala affrescata con un vetrino storico
courtesy Miroslava Hajek




Bruno Munari vetrino storico 1950




Bruno Munari vetrino storico 1950


Sul tema delle installazioni e degli ambienti riproponiamo una intervista a Bruno Munari della critica Miroslava Hajek in cui l'artista mette in relazione la propria insoddisfazione per il modo statico in cui il futurismo aveva trattato il movimento con la necessità di sperimentare una materia che prende corpo nello spazio e che rende visibile una cosa che prima non si conosceva, questo potrebbe essere anche un raggio di luce.




Bruno Munari proiezione a luce polarizzata 1955


Per mezzo di un filtro polaroid Bruno Munari realizza una scomposizione della luce grazie all'uso di materiali trasparenti. Ruotando il filtro polaroid, che lo spettatore deve porre tra se e il polariscop, si ottiene un continuum di variazioni pittoriche.

Le forme fissate sul polariscop sono definite dall'artista, la pittura ottenuta invece è un'opera aperta in continua trasformazione. Lo spettatore è parte attiva della costruzione pittorica.




La stessa composizione a luce polarizzata della figura precedente ma con i colori complementari ottenuti mediante la rotazione del filtro polarizzante


I colori della composizione cambiano per tutto l'arco cromatico fino ai rispettivi complementari. Questo effetto si ottiene mediante la rotazione del filtro polarizzante. Inoltre, i colori di queste composizioni, sono colori puri, ricavati dalla scomposizione della luce che li contiene
[Bruno Munari]




Ambientazione, a cura di Miroslava Hajek, di un pannello luminoso polarizzato (fine anni '50) nel Castello di Klenova, vicino a Praga, nel 1997.




Installazione take your time di Olafur Eliasson
SF MoMa 2007






Bruno Munari vetrino storico, coll. Fondazione Danese


Gli ambienti realizzati per mezzo di proiezione diretta o di proiezione polarizzata hanno largamente anticipato le videoinstallazioni multimediali così come le lezioni americane tenute da Munari ad Harvard nel 1967, raccolte nel famoso libro Design e comunicazione visiva, hanno influenzato generazioni di artisti contemporanei.




proiezioni bifocale 1952




la stesso vetrino ma con un fuoco differente 1952


Nel caso delle proiezioni bifocali i vetrini sono modificati in modo da avere due composizioni a distanze diverse dalle lenti del proiettore.




fotografia di un vetrino bifocale
pubblicata sulla rivista Domus 1954











    Biennale di Venezia 1966

Alla Biennale di Venezia del 1966 Munari presenta una sala personale con quattro polariscop. Riportiamo dell'evento la critica che ne fece Gillo Dorfles sulla rivista Art International.



Altrettanto "artista" appare un altro "anti-artista", che invece continua ad essere l'inventore di oggetti ed eventi che, nella loro molteplicità e varietà, non possiamo che considerare altamente estetici: Bruno Munari.
La mirabile, fantasmagorica, monastica, ma al tempo stesso ultra-tecnologica, sala di Munari è una lezione di semplicità, purezza e anche di sapienza compositiva di fronte alle altre sale assiepate di opere, sovraccariche di "oggetti appesi alle pareti".
Munari ci ha dato un ambiente dove finalmente si può sostare in pace godendo del gioco semplice ma continuamente variato dei suoi quattro polariscop, ossia di quattro contenitori di ferro nero in cui un lato in perspex recante fori diversamente disposti permette di scorgere dei materiali che attraverso la scomposizione della luce polarizzata assumono forme e colori sempre diversi.
L'oggetto rientra nella lunga serie di esperimenti che Munari da parecchi lustri ha intrapreso e che permettono di porre l'opera d'arte in contatto diretto con un pubblico sempre più vasto.
Munari, dunque - questo inventore di "libri illeggibili", di mobiles, di "macchine inutili", di "negativi-positivi", in un'epoca in cui ancora la pittura si affinava a imbrattare le tele di colori ottocenteschi o espressionisti, ci dà una prova tangibile di quanto più sopra affermavo, e cioè di come sia ormai tempo di bandire il concetto di pittura e scultura considerate oggetti unici ed irrepitibili, e di come nella nostra epoca l'artista debba creare per la fruizione di tutti o di molti, e non più per quella di pochi eletti.


[Gillo Dorfles, in Una estrema celebrazione per l'arte cinetica, Art International n.7 settembre 1966 (ripubblicato in G. Dorfles, Inviato alla Biennale, Libri Scheiwiller, 2010]



Bruno Munari polariscop 1952



Cinematografia sperimentale

Dai primi anni sessanta Munari si interessa di cinematografia sperimentale, realizzando opere che pongono le basi per poter esplorare le capacità artistiche ed estetiche di questo medium.
Con i vetrini a luce polarizzata gira nel 1963 assieme a Marcello Piccardo il film sperimentale della durata di 5'30" I colori della luce, con musica di Luciano Berio che Munari incontra allo studio di Fonologia della RAI di Milano.




film sperimentale i colori della luce

Bruno Munari con Marcello Piccardo fonda nel 1962 un Laboratorio di cinema di ricerca: lo Studio di Monte Olimpino, nella località omonima, vicino a Como. Ricorda Marcello Piccardo: Nel 1962 Munari mi ha proposto di fare cinema insieme, impiantare insieme un laboratorio a Monte Olimpino e lì fare dei film. Per capire ci siamo dati da fare: abbiamo visto e rivisto i film del cinema sperimentale degli anni tra il 1920 e il 1930, di Bunuel, Clair, Duchamp. Richter... siamo stati ad Ascona a parlare con Richter, molto vecchio, in un grande capannone con tanta carta e tanto gesso, mi sembra. Abbiamo capito che potevamo fare quello che volevamo, bastava avere dei tecnici che sapessero fare ben visibile sulla pellicola e sullo schermo quel che avevamo in testa, e la pellicola che andasse in movimento.




fotogrammi tratti dal film i colori della luce


Per circa dieci anni, fra il 1962 e il 1972, lo Studio rappresenta un luogo distintivo della ricerca e della sperimentazione cinematografica in Italia.
In questo periodo lo Studio produce e realizza una cinquantina di film, quasi tutti assai brevi, più alcuni lungometraggi, suddivisibili in due gruppi: film di ricerca e film d’informazione pubblicitaria, cioè su commissione da parte di aziende.




fotogrammi tratti dal film i colori della luce


Non esiste (a quanto mi risulta finora nei paesi che ho visitato) una organizzazione che compia ricerche analoghe, con metodo preciso, affrontando tutte le componenti di un linguaggio visivo (in questo caso il cinema). Esistono le solite espressioni di avanguardia, ma non di ricerca.
[Bruno Munari]




fotogrammi tratti dal film i colori della luce


Nello Studio di Monte Olimpino Munari farà convergere, filtrate e verificate nel linguaggio del cinema, molte delle sue importanti scoperte di artista sperimentatore.

Tra le tante realizzazioni ricordiamo:
- I colori della luce 1963 (musiche di Berio)
- Inox 1964
- Moiré 1964 (musiche di Grossi)
- Tempo nel tempo 1964
- Sulle scale mobili 1964
- Scacco matto 1965
- After effects 1969 (con Kanizsa)


fotogramma tratto dal film i colori della luce 1963


fotogramma tratto dal film inox 1964


fotogramma tratto dal film after effects 1969


fotogramma tratto dal film scacco matto 1965



Uno spettacolo di luce





Nel dicembre 1979 il Teatro Comunale di Firenze incarica Bruno Munari di progettare uno spettacolo di luce per l'esecuzione della sinfonia Prometeo di Scriabin che sarà eseguita nello stesso teatro nel marzo del 1980.





Munari chiama a partecipare alla progettazione Davide Mosconi, musicista, e Piero Castiglioni, esperto di illuminotecnica.





Il risultato è documentato nel libro pubblicato da Zanichelli nel 1984.





L'attualità di queste ricerche sulla luce e sul suo utilizzo ambientale è ancora più evidente guardando i lavori degli artisti di oggi.






Installazione take your time di Olafur Eliasson
SF MoMa 2007


    Aggiornamenti



Le proiezioni dirette di Bruno Munari
in Domus n.291 1954

Munari ha proiettato recentemente a Milano, in grande formato, un centinaio di composizioni – qui ne vedete alcune – fatte con la luce, con materiali vari, trasparenti, semitrasparenti e opachi, violentemente colorati o a colori delicatissimi, con materie plastiche tagliate, strappate, bruciate, graffiate, liquefatte, incise, polverizzate; con tessuti animali e vegetali, con fibre artificiali, con soluzioni chimiche e (come dice l'invito alle proiezioni) con la collaborazione del figlio Alberto.
Il lavoro dell'artista è lo stesso che usando il colore a olio e la tela e i pennelli, soltanto che invece dei colori a olio sono state usate materie plastiche trasparenti colorate, invece della tela si è proiettata la composizione direttamente in grande sulla parete bianca, e invece del pennello si è usata la luce.
Le possibilità di composizione e di espressione sono moltissime; il colore può assumere tutte le tonalità dalle più accese e violente, irraggiungibili con altri mezzi, alle più tenui e smorzate. Con soluzioni chimiche, con alterazioni delle materie plastiche, con azioni fisiche sulle stesse si possono ottenere materie pittoriche interessantissime. Si possono usare i retini e le pellicole per certi effetti, le parti opache diventano nere in proiezione, con diversi strati di cellofan colorata si ottengono le più svariate sfumature di colore. C'è insomma una tavolozza vastissima con la quale si può affrontare qualunque problema estetico.
Il vivere moderno ci ha dato la musica in dischi (e nessuno pensa di chiamare una orchestra in casa per sentirsi una musica): ora ci dà la pittura proiettata; e ognuno vicino alla discoteca, può avere la sua pinacoteca fatta però di originali e di copie numerate, da proiettare. Ingombro di una raccolta di cento quadri: cm 5 X 5 X 30. Un collezionista può portarseli comodamente in viaggio, proiettarli sul soffitto della sua camera d'albergo, vederli quando vuole, grandi dieci centimetri o dieci metri.

[Bruno Munari]


direct projections bruno munari 1950
rhodoid graffiato, cloruro di polivinile bruciato, celluloide e retino grafico
published on Domus n. 291 1954


direct projections bruno munari 1950
strati di cellofan colorati e piegati
published on Domus n. 291 1954


direct projections bruno munari 1950
plastica bruciata, plexiglas, mastice trasparente, parti metalliche opache
published on Domus n. 291 1954



Disegni con la luce



Nel 1936 Man Ray realizza una fotografia fissando dei disegni fatti con la luce.

[Fotografia pubblicata su Man Ray Torino 1995 Fabbri Ed.]




Pablo Picasso disegna con la luce a Vallauris nel 1949.




Bruno Munari nel 1950 ripete l'esperimento in un fotomontaggio.

[Fotomontaggio di Federico Patellani Fondo F. Patellani Regione Lombardia]




Lucio Fontana, dopo aver esposto nel 1949 alla Galleria del Naviglio un ambiente spaziale a luce nera, nel 1951, alla IX Triennale, usa il neon come forma d'arte per un intervento nello scalone principale, tracciando un segno spaziale.

[Fotografia pubblicata su Centenario di Lucio Fontana Charta Ed.]